31 agosto 2016

Non so cosa aspettarmi da settembre

Non so cosa aspettarmi da settembre.
Generalmente settembre è sempre stato il mese dei grandi viaggi, degli Stati Uniti, dell'Oriente, delle capitali europee. Non quest'anno. La casa nuova è stato il grande viaggio di quest'anno e di più non possiamo permetterci.

Non scrivo da tanto, lo so.
Ma la vita succede e io mi dimentico di appuntarmi accadimenti e speranze. Poi ci penso e mi dico che dovrei scriverne ma poi non accade e rimando in un circolo di scuse e di scelte più facili: più facile non pensare, più facile impegnarmi in attività meno faticose, più facile scegliere di fare altro.

Ad agosto:


  • ho lavorato quasi tutto il mese, tranne una pausa di quattro giorni intorno a Ferragosto
  • abbiamo riaperto lo studio. È bello lo studio nuovo, fa bene agli occhi e al cuore. È una rinascita e una nuova occasione e la gente è cominciata ad arrivare, di nuovo
  • ho passato una giornata in solitaria a Bologna a visitare la mostra delle Barbie e quella dedicata a David Bowie. Una delle giornate migliori che potessi desiderare. La città praticamente semi-deserta, io e le mie lunghissime camminate. Io e la solitudine. Mi si sono anche rotte le scarpe e sono dovuta entrare nel primo H&M disponibile per prenderne un paio. Sì lo so, sono una merda. Nel senso che ho contribuito a fornire un motivo per le aperture festive
  • settimana scorsa sono stata a Riolo Terme, un piccolo paese tra Ravenna e Imola (l'ho geolocalizzato all'incirca lì) che ospita, ogni anno, un gran bel festival gratuito con bei nomi, almeno per me, della musica contemporanea. Abbiamo visto I Ministri e ogni volta mi stupisco di quanto mi piacciano
  • ho letto un saggio su Stephen King e uno sui Goonies
  • ho visto Stranger Things e l'ho amata
  • ho iniziato con tipo dieci anni di ritardo Una mamma per amica
  • e continuo a guardare Pretty Little Liars chiedendomi anche il perché
  • domenica è arrivata mia mamma e starà qui fino a sabato. Tornerò a casa con lei per il fine settimana ché non vedo mio babbo da quasi un mese
  • a volte mi manca molto mio babbo, la sua figura, quello che era prima della malattia
  • la prossima settimana dovrebbe venire a trovarmi mio fratello
  • mangio
  • ascolto musica
  • leggo un sacco di attualità ma non ne scrivo. Ché ormai mi sembra che si giochi a chi è più indignato sui social
  • oggi mi è arrivato a casa il nuovo libro di Jonathan Safran Foer e quindi è una splendida giornata
  • vorrei comprarmi i libri di Harry Potter  e, finalmente, leggerli ma non so se sia una buona idea
Vi leggo sempre tutti.
Vi penso molto.
Ho cancellato Snapchat e questa è la mia ultima testimonianza del suo uso.




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27 luglio 2016

Da quel giorno preciso

Da quel giorno preciso mi sono scontornata un po'.
Come se fossi colorata un po' a casaccio, dentro e fuori i margini senza rispettare l'ordine e la precisione.
Scontornata e smarginata. 
Da quel giorno, ne sono convinta. Come se la malattia di mio padre mi avesse tolto sicurezza e convinzione. Come se la malattia di mio padre avesse agito come una gomma a cancellare a casaccio, qui e là, sbiadendo alcuni punti di me. Piccole mancanze che non destabilizzano il quadro d'insieme ma che mi hanno azzoppata. Giusto un po'.
Mi sembra di non essermi più sentita veramente e genuinamente felice da quel giorno. Come se ogni pensiero e ogni momento fossero stati inquinati da quello. Magari non detto, sicuramente taciuto ma ben saldo nel terreno.
Eppure mi sono capitati meravigliosi cambiamenti di vita, situazioni piene e intense, riconoscimenti e amore. Tanto. Tutto l'amore che potessi pensare. Ma a me non sembra di viverli come dovrei o vorrei. Non con l'entusiasmo adatto, non con la presenza che meritano. Come se fossi lì e in un altro posto allo stesso tempo. Come se fossi sempre in un altro posto, da qualche parte dentro di me, quando accadono le cose. Eppure mi sembrava che un tempo io fossi davvero presente a me stessa, che fossi dov'ero con il corpo e la testa e invece, ora, è come se ci fosse questo sdoppiamento a volte prepotente a volte timido ma costante.
E mi sento così triste a volte. E non so dirlo.
E non so spiegarlo.

Al cuore Ramon!




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12 luglio 2016

Certe volte, se non capisco, non sto tanto bene

Qualche giorno fa ho avuto una piccola crisi di pianto.
Oggetto: la femminilità canonica. In termini estetici, in termini di scelta del guardaroba, in termini di ciò che è spesso proposto come correttamente femminile, come unica scelta femminile, come unica modalità di essere donna.
Non ho mai inquadrato i capi di vestiario come femminili o maschili, fin dall'infanzia. Ho sempre avuto piena libertà di scelta e già all'asilo preferivo vestirmi con i pantaloni che con la gonna e mi chiedevo perché i maschi non si mettessero abiti rosa, gonnelline o fiocchetti o perché non glieli facessero indossare. Non ho mai incasellato ho sempre pensato che l'abbigliamento dovesse essere una scelta personale dettata da gusti o, questo l'ho imparato solo più tardi, da un sentimento, da una spinta interna.
Mi son sempre, quindi, vestita nel modo più neutro possibile, per scelta e gusto, ovviamente. Per me jeans e t-shirt/maglioncino/felpa sono ancora oggi l'estetica che mi si confà di più, che meglio mi rappresenta, che meglio mi fa sentire bene e me stessa.
Non per questo, però, non amo vestitini, camicette e quel tipo di abbigliamento che viene canonicamente definito femminile.

Da qui la mia crisi. Perché quel tipo di abbigliamento è più femminile dei jeans? Perché i tacchi fanno donna e le scarpe basse o i sandali meno? Chi l'ha deciso? Perché mi devo sentire meno donna, agli occhi degli altri, per il fatto di non indossare certi abiti? E perché se lo faccio mi sembra che gli standard della società si alzino sempre di più e io non sarò mai abbastanza femminile come vogliono le riviste/la tv/la pubblicità/chiunque? --> okay, questo forse è un mio problema di percezione del mio corpo.
Eppure io credo di esserlo, femminile dico. Nel modo in cui parlo, mi pongo, mi muovo (se escludiamo un po' di goffaggine) e mi approccio alle persone. Non basta questo?
Perché la femminilità è decisa da qualcosa che nulla c'entra con essa?
Io non giudico un uomo virile/maschio/prestante a seconda di cosa indossa. Sono ben altri gli elementi che mi fanno dire se ha le palle o meno.

Forse sono solo domande inutili. Nel senso che forse sono io a non capire dove sta il punto. Forse, semplicemente, dovrei imparare ad adattarmi e a non sentirmi (quasi) sempre meno delle altre donne.

Non c'è nessun intento polemico, voglio chiarirlo. La mia è solo una riflessione perché, certe volte, se non capisco non sto tanto bene.


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27 giugno 2016

Prima o poi smetterò di scrivere come se avessi sei anni

Un sacco di volte, ulimamente, vorrei scrivere ma non so cosa scrivere. O meglio, ho un vuoto tale in testa che non mi viene in mente nulla di cui parlare se non un mucchio di cose intrecciatissime che non iniziano e non finiscono ma hanno solo un centro intricato e annodato.
Per cui non scrivo, molto semplice.
Ma proprio che non scrivo per nulla. Le mie collaborazioni sono ferme. Le agende vuote. Le note sul cellulare inutilizzate. Mi impegno solo per la lista della spesa.

Questo giugno che, oramai, sta finendo è stato bello, impegnativo e caldo.
In questo giugno, al lavoro, ho conosciuto un sacco di persone interessanti. Ho fatto un sacco di esperienze interessanti e mi sono state dette un sacco di parole interessanti. E belle e lusinghiere.
In questo giugno, sempre al lavoro, abbiamo chiuso il vecchio studio e abbiamo cominciato il trasloco.
In questo giugno, poi, ho completato il tatuaggio al braccio e ho sperimentato l'effetto del sole. Mamma me l'ha sempre detto che il nero attira i raggi.

In questo giugno, infine, non al lavoro, è venuta Poison a trovarmi. Si è bevuta tutto il caffè, ha portato dei biscotti buonissimi e si è sempre svegliata almeno un'ora prima di noi.
Però è stato bello averla in giro.
Abbiamo mangiato, ovviamente, e bevuto.
L'ho portata in tanti bei posticini e lei è venuta al lavoro con me. A Rimini c'era la convention di tatuaggi e sabato ho dovuto lavorare. Però, poi, Poison la sera ci ha offerto la pizza. 
Poi cosa è successo?
Siamo andati a un evento all'Osteria del Povero Diavolo, ristorante stellato (Chef è Piergiorgio Parini) e abbiamo mangiato un sacco di cose strane - tra le quali un gelato di patate al forno, sì - cucinate da tre differenti Chef stellati e degustato qualche vino. Erano 38 in menù, per cui abbiamo saggiamente pensato di non provarli tutti.

Poi, Poison mi ha costretta ad andare al mare. E abbiamo camminato su e giù per la spiaggia come due anziane con i piedi nell'acqua. E abbiamo bevuto un frullato. E parlato di cavolate. Come tutto il resto del tempo, d'altra parte.

E alla fine, ieri, finalmente, se n'è andata.

(Voi non sapete quanto è splendida lei, o forse sì, ma aver avuto il privilegio della sua compagnia è sempre qualcosa di grandissimo).


Ultima volta fuori da quel portone

Braccio finito. Tatuaggio di Christian Hold Fast

Cena incredibile

Anziane al mare

Come se non avessimo mangiato abbastanza



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30 maggio 2016

Quel che accade

E così ce l'abbiamo fatta.
Ci siamo trasferiti.
Sono stati giorni di poco sonno, poco tempo e tante cose. Ma ce l'abbiamo fatta. 


  • Per chi se lo stesse chiedendo: abbiamo la tv.

E l'abbiamo caricata sulla Smart. (Sì, lo so). L'abbiamo presa e ora sono sul divano, guardando un film su Netflix e mangiando liquirizia.

  • Ho i miei libri, i miei quadri e le mie statue di Buddha a ricreare familiarità e poi ho lui e i pop corn a creare casa.
  • Il lavoro va bene. È successo di aver fatto dei complimenti a una cliente per la t-shirt che indossava e che il giorno dopo me la portasse. Comprata apposta per me. Sono questi gesti gratuiti e semplici che cambiano le cose, cambiano gli sguardi e aiutano a credere in chi abbiamo di fronte.
  • Sabato sera abbiamo fatto una cena inaugurale (per la casa) con alcuni amici. Una cena messicana dove abbiamo ha cucinato un sacco di cose, siamo arrivati stravolti alla fine e per la quale siamo stati molto felici. Non so, forse dovrebbe farmi strano essere qui dove sono ma mi sembra naturale. Poi, però, mi dico che se ho avuto l'ansia e l'insonnia per una settimana forse forse il mio corpo sta cercando di dirmi qualcosa. Non so.
  • Ho fatto l'henné. E l'henné mi piace perché, a differenza del resto che mi porto sul corpo, non dura. Lo vedi raggiungere il suo picco di colore e poi svanire sempre di più. E ha un che di catartico pensare che tutto passa.
  • Questa mattina, a colazione, pensavamo a un piccolo viaggetto da poter fare in autunno. Il grande progetto - tre settimane in Cina - è svanito poiché i soldi sono andati nella casa nuova, ma una meta europea possiamo ipotizzarla. Suggerimenti? Escludiamo: Parigi / UK e il Portogallo. Per il resto, aiutatemi! Voi parlate, se poi ci siamo già stati ce ne faremo una ragione.
  • E poi, in questo mese, ho pensato tanto ma trattenuto pochissimo. Ho lasciato che il mondo accadesse attorno a me. Sono uscita a cena, ho bevuto birra, non ho ancora lavato la macchina, ho pensato a mio padre, ho riso con mia madre, ho fatto progetti e invitato persone. Ho messo libri nella lista dei desideri di Amazon, maschere viso nel carrello di uno shop coreano, dato e ricevuto consigli. Mi sono tagliata i capelli, letto pochissimo e coccolato i cani.
E voi?
Ogni tanto mi manca scrivere di più. Ogni tanto mi mancate tutti voi.
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17 maggio 2016

Sono tante le cose che vorrei raccontarti e un giorno lo farò

Avrei dovuto studiare matematica - penso.

Se non fosse che, ancora oggi, non sono in grado di risolvere a mente i calcoli più banali e mi trovo a contare sulle dita. A volte di nascosto perché me ne vergogno. Altre più platealmente. L'autoironia è diventata la mia corazza più spessa. Mi ricordo di quella volta, avrò fatto la quarta superiore, alla lavagna durante l'ora di fisica. Le spalle alla classe e la sensazione costante di essere giudicata: per come mi muovevo, vestivo, pettinavo. La sensazione costante di disagio. Non potevo farmi vedere a contare sulle dita. Cercavo di muoverle lentamente, cercavo un appiglio per non dovermi rifugiare nella mia mente, per non scappare da quella situazione. Muovevo le dita con circospezione quasi a cercare di liberarmi da un nodo troppo stretto con gli occhi del mio aguzzino puntati addosso. Non riuscivo a fare un calcolo semplice. Non riuscivo a vivere, quella è la verità. Ma ancora non lo sapevo. Ancora ero bravissima a fare finta di nulla e a rifugiarmi nella letteratura.


Avrei dovuto studiare matematica.
Sono sempre stata brava a tenere tutto sotto controllo, fin da bambina.
Il numero di dolcetti da mangiare durante la giornata, ad esempio. Sapevo che se li contavo, se non superavo il numero che diligentemente mi ero imposta, sarebbe andato tutto bene. Andare tutto bene, allora, per me, significava non vomitare. Il vomito era mancanza di controllo e io il controllo non volevo perderlo e non potevo permettermi di perderlo. Chi mi dava la sicurezza che il mondo avrebbe continuato a esistere uguale, dopo? E così contavo i dolcetti. A ognuno di loro affidavo un valore: c'erano quelli che valevano un'intera unità e quelli che ne valevano solo metà. Facevo la somma, contavo, li mangiavo o me li negavo a seconda del totale che avevo raggiunto. Mai più di due. Potevo, nell'emergenza, sgarrare di mezza unità. Non mi concedevo altro. I compleanni erano un grosso problema e cercavo di arrivarci preparata dal giorno prima. Se nelle ore precedenti alla festa non avevo raggiunto il tetto massimo di unità, il giorno dopo ne avrei avute a disposizione un numero maggiore. Semplice compensazione. Allora non la chiamavo in questo modo ma la sicurezza dei numeri mi confortava e mi ci affidavo con tutta me stessa, con tutta la fede che una bambina di otto anni è in grado di mettere nei propri pensieri e nei proprio gesti. Il valore magico che si ha di se stessi durante l'infanzia è destinato a sparire dall'incontro con la realtà.
Ho continuato a costruire la mia esistenza con mattoni fatti di cioccolata e pasta per croissant fino alla fine delle scuole elementari, fino a quando il Primo Giorno Zero ha dato una svolta alla mia esistenza.

I Giorni Zero sono quando tutto nella tua vita si ferma e poi riparte. Come quando, in macchina, si imbocca una strada chiusa e si è costretti a ritornare indietro e a cambiare direzione. Come dei post-it che sporgono dalle pagine di un libro a segnare passi degni di nota e fondamentali. La differenza è che per me, I Giorni Zero non sono elementi importanti nella narrazione perché non hanno aggiunto nulla. Hanno solo tolto.

Agire per sottrazione è ciò che più amo ora. La pulizia, l'ordine, il minimalismo. Meno possiedo meno posso perdere. Meno possiedo più controllo posso avere. Sono equazioni molto semplici che mi aiutano a mantenere l'equilibrio quando mi sembra che tutto attorno a me stia crollando. A volte passo interi minuti a osservare le pareti bianche delle mie stanze e a seguirne i contorni e i confini convinta che, prima o poi, una crepa inizierà a prendere vita sotto i miei occhi e che tutto si ridurrà ad un accumulo di macerie. Cerco di immaginare cosa debba significare "ricominciare" di nuovo da capo, senza nulla, senza ricordi. Senza gli oggetti che testimonino la nostra presenza nel mondo e i nostri ricordi, noi esistiamo davvero? Se non avessi fotografie di me da bambina come potrei credere di essere esistita così come mi dicono? I ricordi amplificano il nostro mondo e non sanno essere testimoni oggettivi della realtà.
Quando ero piccola - ma a dire il vero mi succede anche adesso, soprattutto seduta all'aria aperta col sole in viso - perdevo coscienza di me stessa ingarbugliandomi nei miei pensieri sull'esistenza. Riuscivo a rendermi estranea a me stessa aprendo di continuo le scatole cinesi del mio cervello. Ce n'era sempre una più grande che ne conteneva una più piccola. Avanti così, in un gioco potenzialmente infinito. Giocavo a smantellarmi, a ridurmi in pezzettini sempre più piccoli di un enorme tutto, fino a perdere totalmente i confini e a non capire come uscirne. Tornavo, poi, alla realtà di colpo e per un po' sperimentavo una sensazione di vertigine talmente tanto appagante e coinvolgente che tentavo di ricreare a ogni occasione.

Sono stata una bambina felice, fino al Primo Giorno Zero ma, a modo mio, penso di esserlo stata anche dopo. Ero timida ma di una timidezza quasi tenera e affascinante che ancora mi porto appresso, come fosse il vestito migliore. Si tratta di quel genere di timidezza che si mescola con l'insicurezza e non è più possibile, poi, riconoscere quale delle due sia preponderante. Mi sono sempre sentita in difetto e ho la sensazione che sarà sempre così. Non è che non voglia liberarmene o che sia più facile vivere così, non affrontando le cause di questo, ma semplicemente fa parte di quel che sono e ho paura che quel che sono potrebbe cambiare irrimediabilmente. Vivo nel terrore di sgretolarmi da un momento all'altro, che la mente si sfilacci e mi sfugga fra le dita, che il cuore manchi un battito, che il sangue, durante la sistole, si blocchi nella carotide, come è successo il Terzo Giorno Zero. Non è paura di morire, è semplicemente paura di perdere il controllo.

Nel 1988 stavo annegando nella piscina della casa delle vacanze.
Mio nonno mi teneva sulle spalle e camminava nell'acqua che diventava sempre più fonda. Un piede in fallo, forse, la perdita dell'equilibrio e io che finisco sotto. Immagino sia stato per poco ma ho un ricordo molto nitido di quel momento e nella mia testa sembra essere durato ore: ci possiamo fidare dei ricordi, quindi? Guardavo il fondo, con il cloro a bruciarmi gli occhi, con la voglia di respirare e con l'istinto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, me lo impediva. Trattieni. Controlla. Senti i battiti del cuore nelle orecchie. Ordinati. Precisi. Violenti. Impara l'ordine. Impara la disciplina. Impara a resistere: al dolore, ai giudizi, alle parole, al tempo che passa, agli aghi nella pelle, alle brutte notizie, ai treni troppo freddi, ai treni troppo caldi, alla solitudine e alla troppa gente. E poi mio nonno mi ripesca. Letteralmente. Prendendomi per il costume, mi solleva come fossi un piccolo animale, e ricomincio a respirare. Non piango. Me ne sto in silenzio, qualche colpo di tosse, a osservare il mondo attorno diventare lentamente nitido. Guardo il cielo. C'è ancora.
Guardo la terra. Anche lei è lì.
Guardo i miei piedi, le mani, le dita: ci sono, ci sono e ci sono anche loro.
Sbatto gli occhi. Respiro. Una due tre volte. Tutto è ancora al proprio posto. L'ordine sembra essersi conservato. Posso camminare allo stesso modo, parlare come ho sempre fatto, esistere nel modo che conoscevo.

Nel 1988, per la prima volta, ho perso il controllo e ho capito di poter sopravvivere.


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24 aprile 2016

Non sono scopabile? Va bene, non sono qui per essere scopata

Maybe, I'm not fuckable. That's fine, I'm not for you to fuck. - Diane Goldie
Ogni tanto capita. Che ci penso, dico, a quando volevo piacere a qualcuno ma erano sempre le altre e mai io. Avete presente l'amica simpatica dei film? Ecco. Non sono mai stata quella carina, quella che tutti volevano, quella un po' femmina-oca che giocava per farsi desiderare. Non ci riuscivo. Un po' per mancanza di evidenti caratteristiche e un po' perché, semplicemente, non sono così. Eppure, ogni tanto, sarebbe piaciuto anche a me capire come ci si sente a essere considerate belle. A essere considerate scopabili. A sentirsi potenti. Essere oggettivizzata, all'epoca, non mi sembrava poi così male. Insomma, sono qui, guardatemi, datemi attenzioni.
Ma non è mai successo, e questo ha contribuito a rendermi ciò che sono. Alternativamente sicura ma con una valanga di insicurezze. Ma non mi dispiace.
È che io non ho mai saputo bene come ci si aspetta che una ragazza si comporti con un ragazzo. E quindi, prima di tutto, ho sempre messo davanti l'amicizia. 
È che non ho mai capito bene, poi, se sono in grado di essere femminile. Nemmeno ora lo so. Voglio dire, sì, sono oggettivamente una donna, la mia biologia lo conferma: sono umorale, ho le tette, e guido male giusto per giocare un po' con gli stereotipi, ma sono femminile? Non lo so. Perché forse scambio la femminilità per una forma estetica e non per qualcosa di interiore. Mi guardo con i miei jeans, le mie t-shirt e le mie sneaker e mi sembra di essere ciò che di più lontano possa esistere dall'essere considerata donna. Il fatto è che non so essere altrimenti.
Ma poi le invidio io le altre donne. E le ammiro. Perché non si scoprono, non dicono, fanno pendere tutti dalle loro labbra, fanno le femmine. Hanno i tacchi. I capelli lunghi e sono bellissime nel loro essere figlie e troie. Io son tutto il contrario: mi dò subito, racconto, parlo, mi scopro, divento una sorella. Gioco, certo, insinuo e provoco ma perché sono una cazzona e mi piace questo gioco delle parti. Poi però non metto i tacchi perché sono troppo alta e porto i capelli corti perché quelli lunghi mi imbarazzerebbero. 
Sono goffa e inciampo e mi lecco le dita dal sale delle patatine e mi attacco il cucchiaino del gelato sul naso e mangio caramelle.
Ma le altre lo fanno? No perché a me sembrano sempre tutte così perfette, così al loro posto. Così padrone. Io, invece, ho sempre qualcosa che mi rende inquieta come il mascara che sbava, le mutande tra le chiappe, i capelli che fanno quello che vogliono. La borsa che mi si incastra, la sciarpa che mi si annoda, la maglia che sale, le tette che escono, il cuore che mi muove. Gli occhi che scrutano. Le mani che cercano.

Ogni tanto, ancora succede di volermi sentire scopabile. Ma solo ogni tanto, perché poi mi rendo conto che non è quello che mi interessa, ma mi sta a cuore solo la sensazione di sicurezza che ne deriverebbe.
Chissà se imparerò a stringermi ed espandermi con un quasi controllo. Chissà se sarà per difesa, chissà se sarà per consapevolezza acquisita. Forse non sarà affatto.


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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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