27 marzo 2013

La fatalità è solo per gli sfigati

Una volta credevo che le persone non cambiassero, ma che diventassero sempre più se stesse. Ora credo che le persone non facciano altro che cambiare.

Un cambiare che non è un frenare. Tornare al punto zero. All'(in)utilità iniziale. A quando non ci si sentiva affatto potenti. Affatto importanti. Carta bianca sul quale riformarsi, rilasciarsi, rilanciarsi.
Cambiano per vigliaccheria, per paura di sporcarsi senza rendersi conto che hanno già macchie indelebili, cambiano male, cambiano per comodo, cambiano perché sì. Per la facilità e il poco impegno del chiudere le porte e almeno poi non si sente, non si deve, non si spiega.
Ho provato a calare il velo ma ciò che vedo mi annoia.
Mi annoia l'abitudine. Quella scelta per non scegliere.
L'abitudine è il ceppo che incatena il cane al suo vomito, diceva Beckett che sapeva sempre dire tutto meglio. Mi annoiano le persone che parlano ma non dicono. Parlano ma non (si) muovono.
Non è un paese per vecchi. Ma nemmeno per giovani. È un paese per giovani vecchi e vecchi giovani, questo sì.

Tuttavia recentemente ho iniziato a pensare che cercare un colpevole è solo in modo in cui le persone pigre tentano di trovare un senso nel caos.

Se ti guardi davvero attorno, li vedi i fantasmi. Si celano nei sospetti e nelle paure, nei ricordi spiazzati dall'orologio. Nello scandirsi regolare del tempo.

<< Cosa vuoi dire? >>
<< Supponi che ti accada una cosa strana, o assurda. Per esempio, un albero cade e schiaccia il tuo gatto, oppure vieni presa come ostaggio durante una rapina in un ristorante. Oppure la signora Drummond prende l'Aids a causa di un proiettile che prima di colpire lei ha attraversato il fegato di suo figlio. Potrei incolpare i giardinieri per non avermi raccomandato di abbattere quell'albero. Potrei incolpare il sistema legale della Florida per... non so, per qualcosa. O potrei dire che il proiettile è stato il castigo di Dio perché non ho fatto tutto il possibile per salvare il mio matrimonio. Insomma, capisci cosa intendo dire, no? Non è colpa di nessuno. È semplicemente il caos. Numeri a caso sulla ruota cosmica del Lotto. >>

Vorrei trovare un modo complicato di fare le cose per riuscire a vedere storto e distorto. Come una volta quando ancora mi sfamavo con l'indifferenza delle farfalle. Che tanto ne hanno per poco.
Va avanti chi si preoccupa di non trovare risposte? Io so che traccio linee, tesso tele e penso senza sosta. Dò risposte a tutto. Accetto tutto. Perché anche rispondersi che si tratta del caos è una risposta soddisfacente ché tanto la vita, comunque, sfugge e sa di silenzi rubati al mare, sa di vento che (mi) graffia la pelle bianca. La morsa al cuore. La stretta forte. Le persiano chiuse in un panorama giallocittà.
Un giorno ci credi, quello dopo lo compri. Quello ancora dopo te ne fotti.
Mi preoccupo sempre un po' mentre il vento sfiora tutti i guai.

Nella vita non facciamo altro che cercare di schivare le frecce che la legge della probabilità ci tira addosso. Appena possiamo, ci isoliamo dagli atti casuali di odio e distruzione. Lo facciamo con i quartieri che costruiamo, con le pareti tra le case, con la nostra diffidenza verso l'ignoto. Una persona su sei milioni sarà colpita dal fulmine. Quindici su cento soffriranno di depressione clinica. Una donna su sedici avrà il cancro alla mammella. Un bambino su trentamila nascerà gravemente deforme. Un americano su cinque sarà vittima di un crimine. Un giorno in cui non accade nulla di male, un giorno in cui tutto ciò che poteva andare storto va dritto, è un miracolo. Una giornata noiosa è il trionfo dello spirito umano, e la noia è un lusso senza precedenti nella storia della nostra specie.

Mi preoccupo sempre un po' mentre il vento sfiora tutti i guai.


Corsivo da: Tutte le famiglie sono psicotiche, Douglas Coupland

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26 marzo 2013

Milano è una pura coincidenza

Arrivo in stazione e mi prendi per mano. Ha questo sapore l'amicizia, penso.
Mi piace sentire il tuo anello che sfrega contro le mie dita. La mia pelle bianchissima che contrasta, incredibilmente, con la tua che sembra biscotto e sa di biscotto. Ché tu sai dei profumi dei giorni belli spesi insieme e anche le nuvole, di quel cielo cemento, sembrano meno pesanti con te.
Non mangio quasi più carne, mi dici. E di cosa ti nutri, ti chiedo.
Toast, rispondi. E mi fai ridere. Per quel modo buffissimo che hai di dire le cose, così come se le sputassi fuori incapace di trattenerle. Come quelle risate che perdono il loro perché ma ti fanno uscire le lacrime. Ed è bello.
Bello come possono essere due giorni a Milano con te.
Milano che la amo. Milano che la odio. Milano che è bugie. Milano che è corse pazzesche sulle scale della metro. Milano che è vigliaccheria. Milano che è taxi in piena notte. Milano che è lacrime.
Ti voglio bene, io a te.
Mentre giochi a Tomb Raider (9, mi hai spiegato) e io ti guardo e penso che sei bellissimo e penso anche che sei lontano e non esisteremo più come una volta. Ma poi mi lanci un'occhiata e diciamo la stessa enorme sciocchezza insieme e allora il tempo si arrotola fortissimo e fa una capriola indietro ed è come se non ci fossero distanze e scelte di vita. Ed è come quando eri tu a venire a trovarmi, a Milano, e non viceversa.
Sai che a fine anno, sempre che tutto vada secondo i piani, io e Lui andiamo a Los Angeles, ti butto lì mentre metto in bocca un cracker. E io, mi chiedi tu con la faccia più acida e al contempo triste che sai fare. Tu, dolce, non mi scopi, ti rispondo. Lui sì. E tu e il tuo di Lui scoppiate in una risata che mi fa capire perché io ami così tanto il vostro divano e il calore di casa vostra.
Milano è una pura coincidenza.
Milano è il 2006 e i quattro anni che l'hanno seguito. Milano è lei e loro e un sacco di gente incontrata per caso e rimasta per scelta. Milano è non pensavo mi sarebbe piaciuta.
Milano sei tu che mi dici che [...] come in Beverly Hills Chihuahua che è il mio film preferito e mi fai andare di traverso la birra ché tanto io lo so che il tuo film preferito è Crossroads solo perché c'è Britney Spears, anche se mentre ceniamo guardiamo Machete e lei è Jessica Alba, dici, e ce la ricordiamo per Flipper.
Milano sono i tuoi spuntini assurdi


e le merende sanissime, seguite da uno dei nostri soliti precena indecenti.


Milano è guardare quanto sono fighe tutte e avere te che mi dici che non lo saranno mai quanto me.
Milano è crudele e Milano è buona. Ché sotto quel cielo ho amore e odio, ho delusioni e mani piene di cuore.
Milano è ragionare se per soldi faremmo del male, se per soldi uccideremmo protetti dall'assurda sicurezza di non essere incolpati. Che ti frega di uccidere qualcuno che non conosci, mi dici.
Non lo so, ma a me frega sempre troppo di tutto, alla fine.
Ed è come non interessarsi, davvero, a niente. Due segni uguali danno sempre, inevitabilmente, più. E quindi non c'è cambiamento. E quindi è un po' tutto la stessa cosa.
Ma di te mi frega, davvero. Da quando, quasi dieci anni fa, abbiamo scoperto di essere nati a pochissimi giorni di distanza e l'alcool ci ha fatto pensare che fosse un segno. Da quando portiamo sulla pelle lo stesso identico tatuaggio, fatto insieme ché tanto ci vorremo sempre bene, no? Da quando facevamo un sacco di video idioti e mangiavamo il mais dalla stessa scatoletta. Da quando abbiamo deciso che i fermenti lattici hanno il sapore dello sperma. Da quando hai deciso di essere mio amico.
Da quando mi hai fatto un cartellone di laurea meraviglioso e commoventissimo e poi mi hai regalato un vibratore enorme. Da quando ti confidi a modo tuo ché non esporti è una tua specialità. Però lo so quando stai male. Lo sento per come mi stringi la mano.
Da quando abbiamo deciso di volerci bene, in questo modo sgangherato e buffo, fatto di insulti mentre, però, mi tocchi il culo e mi stringi senza lasciarmi andare.
Milano prima erano gli altri.
Milano ora sei tu.




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23 marzo 2013

Una volta ho fatto un documentario

Raunch Girl
(Italia 2011)

Regia: Giangiacomo De Stefano

Soggetto e sceneggiatura: Giangiacomo De Stefano, Lara Rongoni

Cast: Clara Pizzaferri "Cleo Viper", Alessandra Tisato "Banana", Angela Buccella, Dario Maggiore, Danilo Pasquali, Matteo Perchinunno, Maia Pedullà, Laura Alesiani "Nana", Sergio Messina, Davide Mozzanica, Maria Paola Pizzaferri, Mareva Zoli, Iris Cattani.

Genere: documentario

Filmografia del regista:
A casa non si torna, Sonne Film 2012
Raunch Girl, La Sarraz Picture - Sonnefilm 2011
Andrea Costa, Macine Film - Sonne Film 2010
Quando l'anarchia verrà, Macinefilm per La storia siamo noi, RAI educational 2009
Con la maglia iridata, Macinefilm 2008
Non possono riposare, Bruno Alpini Editore - Stella Nera 2007
Nel lavoro di Sandra, Massimo Valli per VACA - La Palazzina 2006
Le radici e le ali, CIDRA 2003
Bob, CIDRA 2003
This world is our playground, Voice of vegeance - Goodlife Recordings 2002


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20 marzo 2013

It won't be that easy, bitches. -A

SPOILER ALERT!


Attenzione lettore disagiato, il seguente post contiene rivelazioni sul finale della terza stagione di Pretty Little Liars. Se a differenza mia hai una vita, per piacere fai ritorno quando l'avrai visionato e la tua esistenza tornerà ad avere un senso compiuto.


E così, oggi, 20 marzo, toglierò a tutti ogni dubbio sulla mia intelligenza e cultura.
Pretty Little Liars e cultura fanno innegabilmente a pugni nella stessa frase. Figuriamoci in una stessa persona.
Ci sono molte cose inspiegabili, d'altra parte.
Non mi spiego perché io non abbia scoperto prima i boccetti in cui infili le unghie e magicamente ti tolgono lo smalto così, almeno, avrei evitato di avere sulla coscienza una buona fetta di foresta amazzonica a forza di dischetti di cotone perché tanto nulla è mai facile quanto ti facciano credere. Tanto per dirne una.

E non mi spiego Pretty Little Liars.

Pretty Little Liars è una serie televisiva trasmessa dal Network ABC a partire dal 2008, un teen drama e giallo basato sull'omonima serie di libri scritta da Sarah Shepard e pubblicata qui, nel nostro ridente paese, col titolo di Giovani, carine e bugiarde. A questo punto credo che la maggior parte abbia già smesso di leggere, sempre che non l'abbia - saggiamente - fatto alle parole teen drama fonte, per me, di gioia irrefrenabile e incapacità di controllo. Datemi del teen e sarò felice.

Nella ridente cittadina di Rosewood, dove tutto è perfetto e anche la rosticceria di Cecco il Porcaro sembra uscita da un catalogo di design, vivono quattro povere deficienti. Le nostre protagoniste sono, insistentemente, stalkate da un losco individuo che manda loro tremendi sms - cambiare numero, no? - firmandosi con il brillante pseudonimo di -A. Le quattro scemepagliacce, dopo aver appurato che non si tratta dell'ex amica - stronza troia come poche - Alison scomparsa anni prima, si fanno vessare senza ritegno, in un gioco al massacro che le vedrà perdere amici, fidanzati, verginità (che ci sta sempre) ma non bellezza. Sia mai. Il tacco dodici è estremamente comodo per correre.
-A. che non è scemo/scema/scemi - il finale della seconda stagione ci sorprende con uno sfrontato quanto originalissimo A-team - continua, immancabilmente, ad incastrare le quattro povere imbecilli sfruttando il fatto che sono più impegnate a scegliere cosa mettersi per andare a scopare piuttosto che andare alla polizia. Perché, naturalmente, Rosewood, che è probabilmente grande come casa mia, ha un Police Department. E che ce lo vogliamo far mancare? Mica siamo degli zoticoni che vivono a Carinda in Iowa.
Ma si sa, i poliziotti sono tutti corrotti, e anche qui non manca il poliziotto figo che si bomba la mamma di Hanna - ex sfigata cicciona - o quello che, notoriamente, non capisce un cazzo. Ce n'è sempre uno.
Insomma, io mi sorbisco 71 cristo di puntate per arrivare a questa notte e non avere una risposta. Ma manco mezza. Manco una briciolina. Risposte plausibili, dico. Ma so già da me che se guardo qualcosa con la parola teen la colpa è solo mia.
Dunque, siamo arrivati al punto in cui: Toby, fidanzato della figacomepoche Spencer, in realtà è un cattivo cattivone e in realtà è morto ma in realtà non è morto ma ha fatto solo finta - di essere morto e cattivone - per salvare l'amata che, a sua volta, dopo essere uscita a tempo di record dal manicomio (e qui aprirei una postilla su come il sistema americano paia davvero ben oliato: sei sotto shock perché hai visto il tuo fidanzato trucidato nel bosco? Taaac, manicomio cazzo ci frega. Però sei ricca e bella e quindi taaaac, esci come se niente fosse) dicevo che la figacomepoche Spencer uscita dalla casa dei pazzi sembra diventare anche lei parte del crudelissimo A-team ma invece finge, è sempre buona lei, e dopo la visita di Mona al manicomio - spiegare chi è quest'altra poretta è troppo lungo - si convince e ci convince che stare nel dark side è molto più conveniente. Ma Mona lo fa solo per il suo bene perché vuole farle reincontrare Toby perché Mona, da sempre suprema cattiva, in realtà finge. Sì, porchiddio, anche lei ed è pure lei una buona che fa finta di collaborare con Cappotto Rosso - sul serio, la chiamano così - che è la capa suprema intoccabile di tutto il Team perché tutti vogliono sapere chi cazzo è 'sta -A. che non ha una fonchia di meglio da fare che voler ammazzare e terrorizzare gente senza alcun motivo apparente - se escludiamo incesti, figli fuori dal matrimonio, presunte gravidanze, bullismo a livelli pro ecc. Negli ultimi dieci minuti, però, succede che dopo tutte 'ste rivelazioni su falsità e tradimenti che Brooke e Taylor di Beautiful spostatevi, Cappotto Rosso appare in tutta la sua furia e sembra proprio Alison. Alison che non era morta cazzo? Ma c'ero anche io a quella merda di funerale dopo che il corpo è stato ritrovato sotto casa di Maya la fidanzata di Emily - il lesbo tira sempre  - morta anche lei perché, insomma, non era abbastanza fashion, diciamocelo. E quindi?
E poi come è possibile che la telecamera di un auto della polizia funzioni ancora e possa ancora trasmettere ciò che aveva filmato dopo essere stata buttata nel lago melmoso due puntate fa? E com'è che in quel video appaiono Jenna, ex-cieca, e quell'altra di cui non ricordo il nome ma tanto è una sfigata che c'è solo da alcune puntate? Cosa non mi raccontano? Cosa non mi vogliono dire?
E perché gli ultimi dieci secondi si trasformano in qualcosa che sembra Zombi 2 di Fulci con una mano che spunta dalla terra/tomba e un'altra che l'aiuta ad uscire? Chi cazzo è tutta questa gente? Cappotto Rosso è Alison? Alison è viva? Alison cosa vuole? Alison PARLAMI!
Io non ci ho capito nulla. Come nella vita vera d'altra parte. E tutti mentono e fuggono e fingono. Come nella vita vera. Ed è un gran casino. Come nella vita vera.

Io non lo capisco Pretty Little Liars ma continuo a guardarlo perché le protagoniste son fighe. Perché è pieno di buchi narrativi. Perché sfida le regole della logica con una leggerezza quasi imbarazzante. E la figa, l'incoerenza e l'assurdo sono capisaldi della vita di ognuno di noi.

Questa estate comincerà la quarta stagione. La guarderò. Nonostante un anno fa abbia comprato i primi dieci libri - in lingua originale ché in Italia siamo lenti a fare tutto - nonostante ne siano usciti un altro paio, nonostante potrei avere già tutte le risposte. Ma leggo a rilento un po' per non fregarmi la serie tv e un po' perché c'è un limite di superficialità oltre il quale proprio non posso andare. E quei libri sono davvero un passo oltre.


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19 marzo 2013

Shannon Larratt 1973-2013

Non so se chi mi legge abbia idea di chi fosse Shannon Larratt.
Shannon Larratt ha creato un posto in cui la parola diverso non è mai stata pronunciata.
In cui, davvero, non eri diverso.
Shannon è il padre di BME e del suo blog.
Shannon ha insegnato a molti a non avere paura.

Shannon è morto, qualche giorno fa. Ha scelto di morire in un paese, il Canada, che ancora non prevede la possibilità di scegliere davvero un modo umano e poco doloroso. Ha scelto il suicidio, un atto dignitoso per una vita che, a causa di una terribile malattia degenerativa, non era più dignitosa. Non era più vita. Ha scelto con consapevolezza, lucidità e insieme a chi amava e da cui era amato. Ed è bello tutto questo, nella tragedia dico. Fa bene sapere che c'era e c'erano. Fa bene sapere che anche lasciare andare qualcuno che si ama, in questo modo, è un incredibile atto d'amore.

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18 marzo 2013

Sunny Banks of Sweet Deliverance

Io le offro ciò che credo meriti ogni eroe! Un finale grandioso! (Rat-Man Collection, n. 95)
Ché, alla fine, poi è ciò che tutti meritiamo. Magari non proprio tuttitutti, ma quasitutti sì.
Ci vuole dell'eroismo anche solo ad uscire di casa a volte. Ma che dico, ad uscire dal letto, che è più verosimile. Ci vuole dell'eroismo ad essere qui, a prendere le cose così come sono, a prendere decisioni, ad accettare decisioni. A lasciare andare, a lasciarsi vivere.
Quanto sarebbe più facile fare così?


Tra l'altro io mi ci vedo perfettamente distesa sul pavimento. Si sta bene lì. E magari nessuno se ne accorge. Un po' come quando ci si finge morti per non venire aggrediti dagli orsi. Sicuramente tutti l'abbiamo sperimentato. Come no, avere così tanto sangue freddo che gli Expendebles, chi sono? No cioè spostatevi che arrivo io e son bravissima a fingermi morta. Un po' come quando da bambina, dopo aver visto Jurassic Park, io e mio fratello iniziammo un tormentone che ancora oggi ci portiamo ovunque. Se stai fermo non ti vede - dicevano per salvarsi dal t-rex. Noi lo facciamo con le api, sicurissimi che se stiamo immobili la natura ci grazierà. Io ci credo eh, e non ho avuto ancora prova contraria che non sia così. C'è un po' di eroismo anche in questo.

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13 marzo 2013

Fa' la cosa giusta

Non so. Stavo pensando che esiste un egocentrismo insopportabile, quello che appartiene ad un adulto e dovrebbe caratterizzare un bambino, invece. Un piagnisteo costante di "guardarmi, parlami, dammi, fai, capisci, vieni". Un lamento querulo, un sottofondo che sega i nervi.
E poi dicono che è solo questione di insicurezza. Macché. È narcisismo, egoismo smodato, ricatto, incapacità di guardare all'altro come un essere umano - solo fonte di energia da prosciugare.
Non so. Pensavo a questo, dicevo. E pensavo che certe persone le cose belle che accadono, proprio, non se le meritano.
E così mi sono chiesta quali sono le mie, di cose belle. Quelle di ogni giorno, dico.
E probabilmente cambiano (quasi) tutte (quasi) ogni giorno.
Però ce ne sono tante. E sono davvero belle.

  • Quando compro l'ultimo numero di Ratman e mi butto sul letto, ne studio la copertina ed inizio già a ridere ancora prima di aprirlo perché so che sarà idiota quanto basta per chiudere degnamente la mia giornata e so che ci sarà sicuramente qualche battuta così politicamente ed ingenuamente scorretta da farmi venire le lacrime agli occhi.
  • Quando mi tatuo. Questa è una cosa davvero bella. Quando vedo per l'ultima volta una parte di me, ché così non la rivedrò mai più e il punto sta proprio qui, non nell'estetica ma nella potenza del cambiamento, nel sapere che tutto è in divenire e hai per un attimo, solo per un frammento, l'illusione che tutto possa essere così facile. Come colorare la tua pelle.
  • Quando la mattina, alle sei precise, il cane decide che è giunto il momento di infilarsi tra di noi nel letto. E salta, alza le coperte e mette la testa sul cuscino addormentandosi. E dentro di te fai passare tutti i santi, facendo attenzione a non dimenticarne nemmeno uno - ché gli stronzi si nascondono bene - ma poi sei segretamente felice di sentire le sue zampe su di te e il suo respiro addosso.
  • Lui. Ché è come quella canzone di cui non ricordi né il titolo né l'autore ma che non riesci a non cantare.
  • La pizza. Perché la pizza è una cosa bellissima e io voglio bene alla pizza. Soprattutto quando ci metto il peperoncino. Soprattutto quando ci metto le mele e la cannella. Soprattutto quando la mangio. A me la pizza fa felice.
  • Camminare con la musica nelle orecchie in una giornata di sole. Senza parlare con nessuno ma incrociando tutti.
  • Vedere certe persone. Stringere certe persone.
  • Quando Keith, un nano canadese di tre anni, mi ha abbracciata e detto: "I love you".
  • Stephen King e De André anche se non c'entrano nulla insieme ma riescono a farmi dimenticare il mondo.
  • Quando faccio la doccia la mattina presto e tutto è ancora silenzio ed io faccio piano per non svegliarlo, il silenzio, perché si sta bene da soli.
  • Qualsiasi telefonata col mio migliore amico che mi obbliga a mollare qualsiasi attività e tenermi la pancia per il troppo ridere. Sempre, immancabilmente.
  • Mio fratello e i miei genitori. Soprattutto se non li vedo ogni giorno!
La cosa più bella di oggi, però, è stata sicuramente il sentirmi dire da un mio studente: ho capito il dativo di possesso.
Io ho, distintamente, sentito le campane suonare. E hanno un bel suono.

Le cose belle sono anche i biglietti idioti che Lui mi fa per le ricorrenze.
Festa della Donna 2013.
E qui come si fa a non avere un mare d'amore?



E le vostre cose belle, le vostre, quali sono?



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11 marzo 2013

Liceo Scientifico stole my verginity...

... non quella fornitami da quella santa donna di mia madre, quella non me l'hanno rubata, quella l'ho proprio lanciata.
"Tenete e prendete a piene mani". No, il Liceo mi ha rubato una verginità più importante, quella di un mondo con orsetti del cuore, mini pony, girotondi e unicorni (ma quelli penso ancora esistano). Insomma, io ero pressapoco così:


Quando fai il Liceo (Scientifico) pensi di essere un gran figo. Certo, un gradino più sotto rispetto a chi frequenta il Liceo Classico che quelli in greco ci scrivono anche la lista della spesa e vanno rispettati, ma senza dubbio ti abitui a sentirti dire di essere un intellettuale, un futuro per il tuo paese.
E poi scopri che un futuro ce l'hanno di più quelle che sono andate a fare i due anni per estetista che a saperlo ci andavo anche io e a quest'ora sarei stata in grado di stendermi lo smalto come si deve.

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9 marzo 2013

Ma non sono capace

Vorrei dipingerti davanti agli occhi il mondo, spiegarti i silenzi vuoti delle persone nelle sale d'attesa. Potrei leggerti qualche pagina di Anna Karenina e raccontarti il mio modo di essere infelice: si può dire di tutto, tranne che sia convenzionale. Potrei togliere i condizionali e mostrarti com'è essere decisi e spaventati allo stesso tempo, potrei dirti che (ti) amo e ti sento. Potrei creare un profumo che ti stia bene quanto quello che ti hanno già stampato addosso. Potrei disegnarti le lentiggini, e sarei così delicata che nemmeno te ne accorgeresti, ché delle volte non te ne accorgi che ti sto abbracciando con gli occhi, e che ti sto stringendo come si fa quando si ha la certezza che niente e nessuno ti scapperà più via come sabbia dalle mani.
Potrei insegnarti come si ama per poi accorgermi che tu lo fai meglio. E che mi basta questo e che non c'è altra via tranne quella dove ti trascini per tornare a casa. Potrei portarti pellicole di sguardi miei che non hai mai notato, parole che non ti hanno sollecitato, piccolezze che scorrevano indisturbate, come fanno le cose belle, nel silenzio, accartocciate su loro stesse.
Ascoltami quando dico che non ti abbandonerò mai su un sedile, che non ti scorderò mai su una panchina.
Perché sei meglio di una borsa. Contieni molte più cose.
Anche i miei occhi di ricambio. Ché oggi indosso solo quelli bagnati e mi sa che gli altri li ho lasciati a te. Ché mi viene un po' da piangere. Ché mi viene un po' da vivere.
Ché mi viene un po' da. Ma non sono capace.


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7 marzo 2013

L'unica cosa che mi consola del fatto di essere donna, è la certezza che non ne sposerò mai una.


Questo è il mio quotidiano dialogo con lo specchio. Perché alle proprie imperfezioni bisogna voler bene come ai propri pregi. Ché sarebbe troppo facile guardami e dire: ciao culo alto (magari), buongiorno tette sode, ehilà fighezza estrema e far finta che sia tutto a posto. Non è mai tutto a posto. Nel mondo delle donne. A volte mi piacerebbe essere un uomo. Uscire dal letto, grattarmi le palle, sbadigliare, pisciare, lavarmi la faccia, i denti, vestirmi e uscire. Tra l'altro pisciare in piedi, sarebbe la svolta per non addormentarmi sulla tazza.
Io la mattina, invece, mi sobbarco una serie di azioni suicide che comprendono: svegliarsi, grattarmi il culo, uscire dal letto sospirando, raccattare i vestiti - che son sempre di più di quelli degli uomini - e pisciare. E fin qui non ci sono grandi differenze. L'apocalisse non ha fretta. Poi alzarmi dal wc, fare il bidet e farmi i peli laggiù, nell'oscuro infinito, perché il mio disturbo nevrotico mi impone di non farli mai nemmeno spuntare. Quindi vestirmi la parte inferiore del corpo. Mettermi il reggiseno, mettermi il deodorante, vestirmi sopra, pulirmi le orecchie, sistemarmi eventuali imperfezioni delle unghie, lavarmi la faccia, mettermi la crema in faccia, lavarmi i denti nel frattempo così la crema si assorbe. Collutorio. Filo interdentale. Base trucco che uniforma e fa figa. Mascara poco. Correttore occhiaie come se piovesse. Se serve cipria. Pettinarmi. Mettermi il profumo. E se ho tempo bere un ginseng. Insomma, noi donne usciamo di casa già stanche. Il momento più bello, infatti, è sempre il rientro quando torno ad avere le occhiaie, indosso le mie felpe scaccia cazzo, le calze di lana e mi comporto come se un Dio non esistesse. L'asocialità ha i suoi pregi. Non sono mai stata quella che deve essere figa anche in casa. Che poi, a dire il vero, non è che fuori lo sia particolarmente, ma cerco di darmi una dignità. Io in casa voglio stare comoda. Altrimenti sarei nata negli anni trenta e avrei fatto la moglie che fa le pulizie in babydoll. Io le pulizie le faccio in mutande e felpa. Se non in pigiama. 

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6 marzo 2013

Nessuno mi invita più alle feste. Devono aver scoperto che sono intelligente

Quando ero bambina ero convinta che la vita fosse una cosa di forme e umori, un viaggio ad ostacoli ascendente o discendente, che porta ad un dove e a un perché, a un ecco chi sono.
Ad oggi mi sorprendo attratta dagli sconosciuti, quella variabile massa informe di vite che non si lascia approfondire. La mia mente formula litigi, disegna espressioni, immagina deformazioni del corpo segrete, perversioni e colpe, sogni tesi e raccapriccianti incubi. Allora penso che non abbiamo una sola vita ma ne abbiamo almeno tre: quella che ci inchioda al reale; quella che bramiamo; quella che altri immaginano. Se poi inseriamo anche le vite rimpiante e quelle trascorse e inzuppate di avrei dovuto avrei potuto, be', siamo carichi di vite. Io carico i passanti di vite che non sanno, compongo emozioni che trattengono o temono o liberavo. Più spesso invento.
Quel che non sappiamo è modellabile come argilla. Quel che non conosciamo è innegabilmente vita.
Ho perso molto di quel che ero da bambina. Ho stretto a me solo la fantasia che mi fa creare mondi e persone e situazioni. Le famose seghe mentali. Ma a sette anni che ne sapevo io. Di seghe. E del resto. Io sapevo solo delle migliaia di vite che mi riservavo. Poi, da grande, ho imparato a dar loro un nome.
Ho perso la fiducia nelle persone, ma non perché mi hanno delusa. Anzi ringrazio che mi abbiano delusa. Ma l'ho persa perché osservo. E non serve andare troppo in là. Basta guardare, anche dalla distanza, senza immischiarsi. Tanto si viene delusi anche così. Ho accettato che la gente faccia schifo e sia meravigliosa. E sono diventata un po' come La Bambina Filosofica. Che io amo. Perché ama e odia. E si muove al motto di Nichilismo o Barbarie. E un po' salva la vita.


Perché alla fine, anche se innalzerei a capolavoro ogni parola di Cioran, anche se preferisco la solitudine perché i confronti, un po', mi spaventano a me alla fine della storia, quando smetto di raccontarmela, la gente piace. E io vorrei conoscere tutti, darmi a tutti, ascoltare tutti. Riempirmi di gente. Ma poi si rovina sempre tutto. Poi si smette di essere genuini. E certa gente non merita nemmeno il minestrone (cit. Lui) figurati il privilegio della vita. E a me, come scrivevo a qualcuno, questa cosa dilania. Mi toglie il fiato. La gente è il mio più grande terrore e dolore.
L'insensibilità, la facilità, l'intercambiabilità.
Come si fa?
Io mi proteggo con una grande dose di superficialità. Scrivo cazzate perché altrimenti le persone scappano. Non capiscono. Ti colpiscono. Usano le debolezze degli altri. Non ne fanno tesoro. Un po' come dice Ade, qui. Ma le debolezze sono preziose e umane e io amo mostrarle come per dire: sono così. Sono qui. Prendi tutto. Ché a me una sola parte non basta. Ma poi la gente non vuole le brutture degli altri. Non ti vuole davvero. E allora ho ragione io a passare per snob e selezionare. Ho ragione io ad aver paura. Perché se divento amica di qualcuno, o meglio se sento qualcuno, così tanto, laggiù dove tutto è vero io mi dò tutta. E voglio tutto. E questo succede di rado, che la gente mi permetta questo. Ché alla maggior parte, alla fine, non gliene frega niente. E io, invece, ho assoluto bisogno di rapporti densi. Se no, non ne vale la pena. Se no è come passare l'aspirapolvere in eterno su un pavimento pulito. Se no rimaniamo chiusi in ascensore a parlare del tempo che fa.
Poi pretendo, lo so. E mi adatto. Accetto rapporti diversi da quelli che vorrei, ci sto bene, condivido ma hanno poca sostanza. E io sono una così macchinosa e cerebrale che senza sostanza muoio.
Mi capita più con le donne a dire il vero. Di avere queste difficoltà dico. Di costruire questi rapporti un po' di carta. Dicono tanto degli uomini che fanno sempre a gara a chi ce l'ha più lungo ma delle donne ci si dimentica sempre. Che anche se il cazzo non l'abbiamo siamo sempre lì con il metro a misurare. A vedere chi ne ha preso di più. Io a scuola ero brava. Ma per la legge secondo la quale c'è sempre qualcuno più bravo di te io ne avevo ben due di donne che mi surclassavano. Una di queste ad ogni compito consegnato nel quale per caso io avevo preso mezzo voto più di lei (e parliamo di robe come otto e mezzo e nove, non voti che ti possono davvero salvare il culo e fare la differenza) si buttava sul mio banco chiedendomi di confrontare i fogli. Fai un po' quel cazzo che vuoi, dicevo. Io la competizione non l'ho mai sentita. E forse è per questo che ho mollato sempre tutto raggiunti certi livelli. Vedi il nuoto, vedi il pianoforte, vedi le amicizie con le donne. Ho sempre fatto le cose per me stessa mai per trarne soddisfazione nel confronto con gli altri. A molte donne questo non va. Molte donne vivono della competizione. Anche in amicizia. Essere sempre un gradino sopra te. Essere la Regina George di Mean Girls. Sono proprio stronze le donne. Più degli uomini. Chissà chi ce l'avrà insegnato.
Mi tengo stretti i miei pochi uomini, io, allora. Non cerco clienti.




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4 marzo 2013

Diario di viaggio # 2 (Polonia) - Cracovia è una città polacca di 756.300 abitanti della Polonia meridionale

A Cracovia c'era Miroslav, il nostro amico polacco immaginario che ci ha seguiti ovunque. Viveva nell'armadio della nostra stanza, a volte dormiva con noi, e la mattina usciva presto per andarsi a guadagnare l'equivalente di una birra. Probabilmente Da Grasso, la pizzeria sotto l'ostello che, probabilmente, era una copertura per qualche strano traffico.
Miroslav è nato la prima sera del nostro viaggio quando le nostre teste erano oberate da cibo e alcool e piene di cazzate. Forse più del solito. Miroslav l'ho partorito io. Lui, però, non ha esitato ad imbastirci storie.
E così a Cracovia eravamo in tre.
A Cracovia abbiamo mangiato tantissimo perché costava poco e perché siamo due bidoni senza fondo.



Perché abbiamo sempre una scusa per mangiare, perché non abbiamo fatto altro che camminare che tanto smaltiamo. A Cracovia hanno delle porzioni che penso di avere visto solo negli Stati Uniti, dove se non mangi almeno due chili di carne devi prendere il menù kids. A Cracovia abbiamo mangiato i pierogi che sono una specie di ravioloni ripieni - di qualsiasi cosa. La novità non sta nel raviolo quanto più nella quantità di ripieno da far impallidire anche quella sadica di mia nonna.
A Cracovia ho mangiato carne perché quando chiedevo un'alternativa vegetariana sembrava stessi bestemmiando Papà Wojtyla e non vorrei mai, contando che da ogni piazza, manifesto, statua lui ci osservava. Onnipresente. E oh, ci terrei a non fare incazzare qualcuno lassù. Che si sa mai.

A Cracovia abbiamo visto draghi sputare fuoco e abbiamo scoperto che, leggenda vuole, un lurido ciabattino si conquistò secoli fa il posto di sovrano sconfiggendo il suddetto povero draghetto. Qual era il problema? Il drago si nutriva di vergini. Ma, come ha detto giustamente Lui, non potevano farle scopare piuttosto di accoppare il lucertolone verde? A me è dispiaciuto sia per le vergini rimaste vergini sia per il drago rimasto un po' morto.
A Cracovia i treni impiegano due ore per fare sessanta chilometri. Da oggi cercherò di lamentarmi meno per Trenitalia. Due ore che ci hanno portato ad Auschwitz e quindi, tutto sommato, era meglio non arrivarci. Perché i quasi duemila chili di capelli preferivo non vederli. Così come le centinaia di valigie e scarpe e occhiali e piatti. Così come le enormi scolaresche israeliane che ci hanno strappato idioti battute antisemite ma la maleducazione di certe persone è così incredibile da pensare di essere in un film. Auschwitz e Auschwitz-Birkenau, però, non mi hanno toccata. Non nel modo che credevo. Ero mossa da una curiosità vorace e da una calma e da un'atarassia che non pensavo possibili. Forse è questo che dovevo provare. La mancanza di tutto. L'essere completamente disumanizzata. Non era poi quello lo scopo?
A Cracovia quando passava il tram sotto l'ostello il nostro letto vibrava.
A Cracovia, a volte, mi sembrava di essere in alcune strade di Berlino.
A Cracovia pensavo a quanto è bello viaggiare.
A Cracovia cenano alle 18, come in ospedale, però a Cracovia hanno anche la birra a due euro e per questo noi, a Cracovia, abbiamo voluto davvero tanto bene.
A Cracovia hanno i succhi di frutta di Hello Kitty (ma vi verrà risparmiata la testimonianza fotografica) ma anche manifesti anti-abortisti fuori dalle chiese in cui la scelta della donna viene paragonata a quella di Hitler. Sono poco influenzati dalla religione, a Cracovia.
A Cracovia era bello perché c'era la pioggerellina sottilissima e il vento freddo e perché la primavera è ancora lontana.
A Cracovia ci siamo fatti il nostro autoscatto. Come sempre. Come ovunque. Identico a se stesso da anni.


Poi siamo anche tornati, da Cracovia.
E ci siamo sfondati di pizza.
Ci siamo sfondati di alcool.
Io mi sono fatta il bidet scordandomi di avere le mani sporche di peperoncino.




Ah, a Cracovia ci siamo anche tenuti per mano. 
Perderci non è contemplato.





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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.

Il passato è una terra straniera

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