27 ottobre 2013

Diario di viaggio # 3 (Stati Uniti) - Fear and loathing a Los Angeles. E anche un po' a Las Vegas (parte 1)

Diario di un viaggio all'insegna del: cosa mangiamo oggi?
Siamo partiti. E siamo anche tornati. Si sono pure dimenticati la sua valigia a Francoforte ma, fortunatamente, è già tornata a casa senza bisogno di far saltare teste.
E non siamo nemmeno ingrassati.

Tutto è cominciato partendo già stanchi. Devo appuntarmi che non è un'idea brillante quella di non dormire la notte prima, soprattutto con sette ore di attesa a Francoforte e con un bambino, a cui spero venga il cagotto perenne, seduto nella fila davanti per le successive undici ore. Ma dopo aver visto un po' di film a casaccio tra i quali Now you see me - I maghi del crimine e White House Down, dopo aver detto che sì, stiamo portando del cibo negli Stati Uniti e che no, non abbiamo con noi agenti contaminanti, siamo atterrati. Con quindici minuti di ritardo. E non essendo, ancora, riusciti a dormire.
Tanti sorrisi all'immigrazione, foto e impronte digitali, tanti sorrisi alle valigie arrivate sane e salve e tanti sorrisi al doganiere che non ci ha fatto aprire i bagagli. Welcome to the United States of America.
Per l'ottava volta.
Sembro un po' quelle persone che per vent'anni fanno le vacanze sempre nello stesso posto, sempre nello stesso hotel. Lo so. Ma io all'Ameriga ci voglio bene. È la mia seconda casa. C'è la mia seconda mamma-amica. Ci sono persone a cui voglio bene.
E così usciamo dal terminal e prendiamo il bus per il centro dove E. ci aspettava per portarci a casa in perfetta tenuta Californiana: infradito e camicia da notte. Mangiamo pasta scotta con ragù, ridiamo molto, inventiamo parole in inglese e cadiamo in coma alle dieci di sera salvo svegliarci alle cinque e non riaddormentarci mai più. I <3 jet-lag.
E così inizia la nostra vacanza.

Quello che mi piace dell'andare ospite da amici è di vivermi quel paese in un modo, forse, un pochino differente dalla normale routine del turista. Mangiare a casa o con amici, fare la spesa, fare colazione in pigiama, sul divano, col cane sulle gambe.
Proprio per questa mia preferenza, quindi, il primo giorno abbiamo fatto qualcosa che mai avevo fatto in tutte le mie precedenti visite: l'Hollywood Tour con tanto di visita alle case delle star.
(Apro una parentesi per dire che la casa di Jennifer Lopez è così grande che potrebbe, probabilmente, viverci tutto il mio paese. E naturalmente, questo, si spiega anche con la grandezza del suo culo).
Devo dire che, nonostante pensassi fosse una cazzata, come in effetti è, mi sono divertita. Il ragazzo che guidava il van e faceva da guida era incredibilmente simpatico e mi ha anche detto, in un italiano approssimativo, che sono un gran pezzo di figa. Le sue parole sono state: Ciao bbbella, ma oh, il sotto-testo era chiarissimo.
Hollywood a me piace. Mi è sempre piaciuto moltissimo come quartiere nonostante l'unica area degna di nota sia l'Hollywood Blvd dove ci sono pazzi vestiti da supereroi, negozi con abiti da puttanona che nemmeno a Quarto Oggiaro, le stelle sui marciapiedi, il Chinese Grauman Theater con le impronte di mani e piedi di vari attori, alcuni dei quali mi sento di contestare, e il Kodak Theater dove danno gli Oscar. E Forever XXI, il mio negozio preferito.


Se invece si esce un po' dai tre viali famosi, Hollywood, Sunset e Santa Monica Blvd, messi in parallelo ché le città Americane sono a prova di imbecille - ma noi sfateremo questo mito - Hollywood è un filino squallidina. Marciapiedi malconci, senza tetto, persone decisamente instabili. Gente che vuole venderti la droga. Quindi o vivi sulle colline, sei figo, hai il cancello protetto dall'elettricità, e hai magari anche l'elicottero per quando vuoi andare in città, o vai solo su uno di questi tre viali. Ci sono i locali, c'è la buona musica, c'è parte della storia del rock. E ti senti un po' in un film.

Vista dal Kodak Theater - Cow poop changed LA, dicono.

Hollywood Blvd

A Hollywood abbiamo anche incontrato Moby.
Decidiamo, verso la fine della vacanza, di concederci un giorno di pausa da grassi e zuccheri - poi non ci siamo riusciti, tranquilli - e andiamo a pranzare in questo posticino organico all'angolo col Sunset e praticamente di fronte al più bel negozio di musica che si possa concepire. A parer mio. Amoeba.
Entriamo, ordiniamo e ci sediamo ad uno dei tre tavolini disponibili. Ad un certo punto Lui mi chiede se avessi visto il tizio nel tavolino attaccato al nostro. Io dico sì, pensando si riferisse all'enorme buco che aveva nella t-shirt dei The Cramps. Eh, il mio spirito di osservazione. E nulla. Era Moby che mangiava con un'amica. E 'sti cazzi? Sì, 'sti cazzi. Ma quel che conta, mi han sempre detto gli americani, è non tornare in Italia senza aver visto qualcuno di famoso. E più o meno ci sono sempre riuscita. Moby, comunque, si conferma un enorme radical chic. Contando che ha lo stesso paio di occhiali che credo abbia dalla nascita.

Los Angeles è enorme. È composta da otto macro quartieri, diverse municipalità che seppur indipendente fanno parte della Los Angeles County e dodici milioni di abitanti spalmati su una superficie pari a quella dell'Umbria, a occhio. Muoversi, quindi, non è facile né veloce. Fortunatamente negli ultimi anni hanno sviluppato un buonissimo sistema metropolitano per cui è stato abbastanza facile per noi a patto che la zona nella quale volessimo recarci fosse provvista della fermata. Al contrario di Beverly Hills. Loro non la vogliono la metro. Cosa se ne fanno quando hanno sei automobili in due? Quando le loro aiuole sono sempre verdi, quando i loro estintori per strada non sono gialli - guai, volgarissimo - ma argento per confondersi col manto stradale? Quando le loro discariche sono profumate e con l'incasso giornaliero di un negozio di Rodeo Drive io potrei viverci cinque anni?
Hanno ragione, alla fine. Loro sono fighi. Noi siamo dei pezzenti.

Cartello che ti segnala che se non guadagni almeno mille dollari al minuto non puoi entrare - Buon gusto nella scelta dei colori dell'auto - Incrocio tra Dayton Way e Rodeo drive

Non so, a me sembrava che perfino il sole splendesse di più a Beverly Hills.

La metropolitana, però, ti porta agevolmente ovunque a Downtown. Dove ci sono i grattacieli, come dico a mia nonna. Lì è un gran pentolone di tutto: Little Tokyo, Chinatown, El Pueblo (il nucleo originario della città), Financial District, Fashion District (dove enormi ghetto girl messicane ti vogliono vendere di tutto), Jewelery District, Toy District e mi fan male i piedi district perché dai, camminiamo ancora un isolato, arriviamo fin là. Mannaggiacristo.

Chinatown è piena di cinesi. Ma va? Ma a LA tutto è pieno di cinesi. Un po' come nel resto del mondo. A Chinatown ci sono tantissime spezie, radici e cose che non voglio sapere in vendita. Animali che pendono appesi nelle vetrine, vecchietti immortali, dragoni all'inizio del quartiere e la statua di Bruce Lee.

Ingresso al quartiere
Gemelli
Downtown è bella. Sono belli i grattacieli, soprattutto per noi che non siamo abituati a vederli. Belli i giochi di luce sulle finestre. Bello come tagliano il panorama e lo sguardo. Siamo saliti in cima al Bonaventura Hotel, usato in moltissimi film e dotato di bellissimi e terrificanti ascensori esterni che ci hanno lasciati ad un passo dall'infarto.

Walt Disney Concert Hall - Grattacieli a caso - Skyline da Mulholland Drive


C'è tanta cultura se ci si guarda in giro. Tanta diversità. Tanti stimoli, sia in negativo che in positivo. Tanto cibo. Tantissimi déjà-vu. Perché ovunque ti giri ti rendi conto di aver già visto tutto in un film. In una serie tv. In una pubblicità. Un enorme, continuo, carosello.

Vino dai vigneti di F. F. Coppola che, devo dire, è pure buono.
C'è tanto di bello.
Compresi i piccoli cani che mi dormono addosso.

Bennie Boy



E i biscotti con gli M&M's.



La seconda parte arriverà a breve. Se non vi siete rotti i maroni. <3
Share:

1 ottobre 2013

Adesso che siamo a Milano finalmente, vogliamo andare a vedere questo famoso Colosseo? (cit.)

Milano per me è speciale. Milano mi fa schifo ma la amo anche - giusto per ricordarvelo click e click - e ci tornerei a vivere ora se qualcuno, per caso, mi comprasse un appartamento. A mia insaputa, naturalmente.

Lunedì ero a Milano. A testimonianza, per chi non dovesse fidarsi come un fidanzato geloso che graziegesù non ho, non il fidanzato, quello c'è ed è pure bello bello bello, però non è geloso ecco, a testimonianza, vi sbatto qui uno screen shot della mia pagina facebook.




Provato che sono una personcina sincera - vi dico anche quanto peso, se volete - vi racconto anche che a Milano è stato bello. Bello prendere il treno, meno bello il treno si capisce, bello scambiarmi messaggi pieni d'ansia, odio e malcelata gelosia verso le magre, con la mia amica Susanna. Bello arrivare in stazione, meno bella la puzza, e bello prendere la metro per incontrarla, la mia amica Susanna.
Io Susanna l'ho conosciuta tanti anni fa, quando ancora non ero così bella, quando ancora io avevo l'età che ha lei ora, quando ancora eravamo un gomitolo di insicurezze. Ognuna per i suoi motivi. Susanna mi ha aiutata, anche se forse non gliel'ho mai detto. La prima volta che ci siamo viste mi ha fotografata. E sapete che io non mi ero mai vista così bella com'era riuscita a cogliermi lei? Susanna è responsabile della mia enorme vanità e di aver raschiato via un pochino della mia insicurezza. Non le ho mai detto grazie. Te lo dico ora. Grazie perché ancora oggi, quando guardo questo tuo scatto, mi sento bella. 

© Lady Morgana Photography

Lunedì è stato bello a Milano. Vederti da lontano pensare quanto è dimagrita la stronza venirti incontro e abbracciarti fortissimo. Come se non fossero mai passati questi quattro anni. Quattro anni di confidenze, di esperienze condivise. Quattro anni di lunghi silenzi, di fraintendimenti, di sbagli (miei), di freddezza di pensare mi manchi. Quattro anni di vicinanza fortissima e di lontananza silenziosa e arrabbiata.
Lunedì è stato bello a Milano perché ho scoperto che si può tornare ad essere amiche nonostante tutto.
E si può tornare a mangiare sushi come se non l'avessimo mai mangiato in vita nostra.
E si può tornare a parlare di enormi peni mimando gesti e rumori dei suddetti in metropolitana. Creando profondo terrore in un povero passeggero indifeso.
E si può tornare a comprare idiozie.



Lunedì è stato bello a Milano perché ho capito che certe amicizie valgono a prescindere. E perché Susanna mi ha regalato un sapone che sa di Big Babol, così la prossima volta che mi laverò assomiglierò ad un enorme, morbidoso chewing gum.

Lunedì è stato bello a Milano. Perché a Milano c'eri tu.




Share:
Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001 concernente i Disclaimer.

Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet, pertanto considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email.
Tutti i testi e le immagini riportanti la firma dell’autrice sono di proprietà della stessa, pertanto non utilizzabili su altri siti web, blog e affini. Se interessati alla riproduzione di qualsivoglia materiale si contatti l’autrice per stabilire consenso e clausole.