20 novembre 2013

Io sono un cane

Un anno fa circa, in questo post, ho affrontato un argomento che per la sua difficoltà e le sue implicazioni emotive e psicologiche mi fa pagare ancora le conseguenze.
L'oroscopo.
Ma mica un oroscopo normale, no, giammai, ma quello di Vanity Fair, sulla quella Bibbia di inutilità che è style.it.

L'oroscopo descriveva, innegabilmente, le immense qualità che noi splendidi ma modesti, badate, acquario abbiamo, come dotazione naturale. Madre natura è la nostra madre biologica. Il DNA non mente.
A distanza di un anno, quindi, ho ben pensato di riproporre il mio oroscopino ma...

... in versione cinese!


Evviva.
Dopo assidue ricerche durate l'estenuante lasso temporale di trenta secondi ho scoperto che il mio corrispondente astrologico nella ridente Repubblica Popolare Cinese è il CANE.
Ammirate, quindi, noi cani, colti in una delle nostre espressioni più intelligenti.


I nati del cane - recita lo scientificissimo oroscopo - sono provvisti di un'indole sincera e leale, che pone a fondamento della loro esistenza, privata ma anche lavorativa, un comportamento fortemente retto.

A dimostrazione di quando la sincerità e la lealtà abbiano, in passato, fatto parte della mia vita lo stay true me lo sono dovuto tatuare sulle mani, per ricordarmelo. A mia discolpa, dico, che da quando c'è mi sono trasformata in una personcina estremamente corretta. Questo non significa che se ti prendi la libertà di pestarmi i piedi io ti dico: tieni, ecco qui una sbarra di ferro, spaccami anche le gambe, certo che no, in quel caso ti sputo e come minimo ti scrosto dalla mia vita col Drago Pulisan. Però, sì però, sono diventata piuttosto onesta con me stessa - insomma me la racconto di meno - e ho un forte senso di lealtà verso chi ho attorno, soprattutto in termini di rispetto e responsabilità.

Se sicuri della loro posizione - continua con incredibile esattezza - i Cane lottano con tutte le loro forze per far valere le proprie opinioni, senza paura.

Da bambina questo si traduceva, pressapoco, in urla, pianti e imprecazioni fantasiose perché io avevo ragione, io detenevo la verità, io, io, io sapevo. La conoscenza universale era tutta contenuta nella me ottenne.
Cresciuta, e comunque ancora convinta di possedere La Verità, ho adottato tattiche e tecniche più sottili e logoranti. Non urlo mai e utilizzo un fare così accondiscendente e sfacciatamente spocchioso per cui, chiunque sia il mio interlocutore, pur di liberarsi di me mi dà ragione. E io sono felice.
Oltre a questo, naturalmente, e molto più realisticamente, so far valere le mie opinioni in modo calmo e pacato. Sono amante dei confronti costruttivi ma non arrivo mai a imporre la mia opinione. A un certo punto, se chi mi ascolta, continua a negare l'evidente verità che gli vado mostrando, getto lo spugna e 'sti gran cazzi. Non voglio fare proseliti e, per fortuna, non sono la mamma di nessuno.

Sanno conquistare la fiducia degli amici grazie alla disponibilità e alla riservatezza che li contraddistinguono. Nell'ascoltare chi si confida con loro si dimostrano generosi e di buoni suggerimenti.

Forse è per questo che ho pochissimi amici. Perché, comunque, mi piace esserci completamente e darmi completamente. Non amo l'amicizia soffocata, che si deve nascondere. Mi piace vivere le persone, alla luce del giorno. Non amo i sotterfugi, le malelingue ingiustificate e le combriccole settarie. Sono riservata con le confidenze che mi vengono fatte, AMO ascoltare e dò consigli solo quando mi rendo conto che sono richiesti e so di poter dire qualcosa che abbia un senso. Non mi piace parlare senza aver padronanza dell'argomento e cerco sempre, per questo, di essere sincera, a volte anche in modo tagliente. Compatisco poco e tendo, nei consigli, a dire quello che vedo. Perché se chi ho attorno l'avesse fatto più spesso con me, mi sarei evitata molte ferite, inutili, col senno del poi.

L'errore in cui possono incorrere i nati del Cane è quello di un'eccessiva chiusura sociale e di un rapporto un po' freddo col proprio compagno.

Finalmente qualcosa di vero. Giubilo sia.
La chiusura sociale è mia. Ce l'ho. Io. Io. Io. Non è incapacità di socializzare, oddio anche quello se ci penso, è più un preferire la solitudine alla compagnia. Non sono timida e quando sto con la gente nella maggior parte dei casi mi diverto, e non sono nemmeno particolarmente imbranata. La mia chiusura è più determinata dal fatto se metto su una bilancia da una parte l'uscire e dall'altra stare sul divano con un libro o un film, be', sette-otto volte su dieci, la vittoria è scontata.
Non mi appartiene, invece, la freddezza verso chi amo. Lì dò tutto. Travolgo di parole, di foto, di scherzi, di giochi, di fisicità.

Insomma, alla fine, non sarò di certo l'anima della festa ma volete mettere come mi diverto, io, nel privato delle mie mura?


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18 novembre 2013

Il futuro è una trappola

Ci sono delle volte in cui mi guardo indietro e penso che mi amavi di più.
Poi fai qualcosa o dici qualcosa e capisco quanto mi ami. Solo in modo diverso. Più adulto e radicato. Con meno enfasi e con più radici.
Ci sono delle volte in cui guardo e basta.
Ci sono delle volte in cui mi sento ingrata.
Ci sono delle volte in cui mi manca l'amore adolescente.
Ci sono delle volte in cui la tua concretezza la vorrei barattare con due minuti di follia.
Sono solo delle volte. Rare volte.
Però ci sono. E mi viene un po' da piangere. E ti vorrei scuotere. E ti vorrei chiedere se te la ricordi la tovaglia viola. Io vivo tutto con la pancia. Tu vivi con la testa e le mani e gli occhi.
Ci sono giorni in cui mi arrabbio. E non ti dico niente. È una rabbia mia, antica. Una rabbia insicura.
Ci sono giorni in cui sono triste. La tua concretezza è anche un'arma a doppio taglio e non riesci ad uscire dalla tua testa, a trovare la strada che ti porti fuori dal labirinto che ti si è creato attorno.
E allora ci sono giorni in cui io sono triste perché non riesco a essere più forte della tua testa.
E vivo di scampoli.
Ci sono giorni in cui sorridi e riesci ad essere felice per ciò che sei e hai.
Ci sono giorni in cui ho il mio posto nel mondo con te.
Ci sono giorni.
Tutti i giorni, però, ti amo.


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16 novembre 2013

11 domande

Mi piacciono i tag. Non mi fanno fare fatica. Ci sono delle domande, io rispondo. Tutto rimane bello bello ordinato, su dei binari e non devo nemmeno pensare troppo. Lasciare libero il pensiero non è sempre positivo e un po' di sano controllo e gestione della propria mente aiuta a non farsi mangiare.
Sophia, del blog The cup of fruits, mi ha inserita nell'elenco dei/delle blogger a cui rivolgere alcune domande. Il tag è il sempreverde The Liebster Award ma non fa mai male rifarlo.

Per cui veniamo a noi:

1. Qual è l'ora del giorno che più preferisci?

Sceglierne una è difficile. Potrei dire, per aggirare l'ostacolo, che mi piace l'ora estrema, l'ora che sta all'inizio della giornata e quella che sta alla fine. Mi piace l'alba, mi piace il mattino presto quando tutto è silenzio e la maggior parte delle persone ancora dorme. Mi sembra inesplorato, mi sembra qualcosa di così meraviglioso, quasi un regalo, un privilegio che è dato solo a me e che tantissimi si stanno perdendo. E mi piace quando cala il sole, qualsiasi ora sia. Mi piace il passaggio dalla luce al buio. Mi piace come cambiano le prospettive. Mi piace come sento il bisogno di trovare un luogo in cui stare.

Alba a Marie Galante, Guadalupe, Mar dei Caraibi

2. Come prendi il caffè e quanti ne bevi in una giornata?

Io non sono una grandissima amante del caffè. Se lo prendo lo prendo generalmente americano e una volta al giorno. La mattina, però, nell'ultimo anno ho cominciato a bere una tazza di caffè al ginseng e più recentemente ho avuto l'ardire di farmi il cappuccino. In queste ultime settimane lo bevo con l'aggiunta di un coffee mate alla zucca+cannella comprato il quel gran paese famoso per inventare cibo fortemente nocivo che sono gli Stati Uniti.


3. Sei facilmente influenzabile da chi ti circonda?

Non mi definirei influenzabile ma, certamente, tengo in grandissima considerazione l'opinione di chi ho intorno e son sempre ben disposta a cambiare idea. Mi piace molto confrontarmi con punti di vista diversi dai miei per, magari, scoprire una visione del mondo che non avevo mai considerato e che era sempre stata lì a portata di mano. Cambio idea molto spesso su certi argomenti fino a che non ne ho una conoscenza talmente adeguata da potermi permettere un'idea mia ben strutturata.

4. Possiedi un paio di anfibi o sei una vera donzella in rosa?

Possiedo una sorta di anfibi. Non sono di pelle, ma sono pseudo scamosciati, grigi, col pelo dentro. Non da donzella in rosa ma forse un po' più da donnina. Sempre se vogliamo considerare gli anfibi roba non femminile, cosa che per me non appartiene al vero.

5. Qual è la notizia di cronaca che più ti ha sconvolta nella tua vita?

Non so se possiamo parlare di sconvolgimento ma sicuramente quella che più ha avuto effetto su di me è stato l'11 settembre del 2001, perché mi trovavo negli Stati Uniti proprio la mattina dell'attacco. La cosa ha avuto - dentro di me - una eco molto forte e prolungata e ancora oggi, nonostante io mi sia trovata in prima persona in notizie di cronaca (vedi Genova e Carlo Giuliani), riesce ancora ad avere una certa influenza sul mio sentire.

6. Preferisci patire il caldo o soffrire il freddo?

Soffrire il freddo tutta la vita. Il freddo è amore. Il caldo è bello solo perché posso fare la figa, stare in shorts e mostrare i miei tatuaggi. Ma il freddo ha qualcosa di poetico che il caldo si scorda. Il caldo è chiassoso, esuberante e sfacciato. Il freddo è riflessivo e silenzioso.
E poi posso indossare le mie calze scacciacazzi. Le amo.


7. Qual è la tua più grande paura?

L'inconsapevolezza di come affronterò la perdita di chi amo. E non sapere come fare mi getta nel panico.

8. Qual è la cosa più strana che hai mai assaggiato?

Non lo so! Forse i frutti dell'albero del pane o il lampredotto. Anche se non li definirei strani ma solo inusuali per me.

9. Qual è il tuo thriller preferito?

Non lo so. Nel senso che sia di libri sia di film finirei per fornire troppi titoli senza rispondere nel modo corretto alla domanda e mi sentirei 'na merda. Per cui facciamo che sono cazzacci miei e non ve lo dico!

10. Quale parolaccia eviti di dire perché troppo volgare?

Non dico molte parolacce, ne uso 3/4 ma le uso spesso. Ce ne sono alcune però, come tutti gli epiteti verso le donne e quelle che coinvolgono le mamme che non mi piacciono. Mi imbarazzano e penso siano troppo. Così come la bestemmia. Non nascondo che ogni tanto mi scappa, ma più come intercalare. Il "deeeeoboooo" romagnolo che ho acquisito in questi anni è più un esclamazione di stupore che altro. Per dire.

11. Qual è il vostro personaggio/film/fumetto/libro preferito? È la vostra fonte di ispirazione?

Anche qui non ve lo dico, perché non so scegliere. Ma la mia ispirazione non la prendo tanto lontano. Chi ho intorno è la mia ispirazione e il mio modello. Nel bene o nel male.

Fine.
Al solito, siccome sono un'ammazza feste, non taggo nessuno e vivo nel mio solipsismo.

Sono molto brava ad entrare nella parte.




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12 novembre 2013

Flusso di (in)coscienza # 1


  • Guardo Awkward e penso che mi piacerebbe moltissimo avere la lucida ironia che possiede Jenna quando scrive sul suo blog. O avere la mafia cinese al mio servizio, come Ming, in alternativa.

  • Ho letto Niceville di Cartsen Stroud. Tutti a dire è il nuovo Stephen King, la paura ha un volto inquietante - e grazie al cazzo - un libro che vi terrà inchiodati fino all'ultima pagina. Ora è uscito il seguito, o quel che io credo sia il seguito, perché ho spesso un elegante ritardo nel leggere i libri. Rimarrà lì dov'è. Mi ha deluso e non ha nulla a che vedere con la capacità visionaria, descrittiva e di angosciare che possiede King. Mi sono annoiata, non mi sono spaventata e ho trovato il tutto estremamente inconcludente. 'na gran sega, insomma.
  • Ho letto Skippy muore di Paul Murray - anche qui con un leggerissimo ritardo rispetto alla sua pubblicazione - e che dire un piccolo capolavoro edito da quei geniacci di Isbn che hanno la capacità di fare tra le copertine più belle di sempre. Skippy muore, comunque, ed è il pretesto per una delle più belle, profonde, divertenti, poetiche e metafisiche narrazioni che io abbia mai incontrato.
  • Ho cucinato la torta di mele definitiva. Non apparirà nella mia sfigatissima rubrica culinaria perché non ho fatto fotografie e perché merita che venga citata a dovere la blogger da cui ho preso la ricetta. I dolci di Pinella. Lei è tipo la guru dei guru. Fa dolci incredibilmente belli e difficili con ricette dei migliori pasticceri. Io ho provato una delle ricette, a parer mio, più semplici ma vorrei cimentarmi anche in altro. Per ora faccio sempre e solo i miei pasticci che prossimamente verranno pubblicati.
  • Ho preso un chilo. Ma adesso verrò combattuto con la forza dei broccoli. I broccoli sono la verdura più simpatica e buona che esista - dopo le patate. Le patate dominano il mondo e sono irraggiungibili. I broccoli, però, si fanno strada lentamente, non si amano subito, ma poi diventano adorabilissime verdurine. Non quanto le patate.


  • A breve mi farò una mini gita a Milano con la mia amica B. Siccome siamo delle poveracce con le pezze al culo abbiamo deciso che, quest'anno, il Natale sarà parco, sottotono e se vogliamo anche economicamente inaffrontabile. Visto, però, che siamo delle personcine a modo, buone e discretamente fiche, abbiamo deciso che quei due o tre regali s'hanno da fare. Quindi perché non spendere quei due spicci che abbiamo in stronzate da Tiger? Ovviamente, qui, nella più sperduta provincia padana non esiste per cui dobbiamo affrontare la grande metropoli, prendere il treno e avventurarci in metropolitana. Sperando che i barbari non ci violentino. O che quelli di Lotta Comunista non ci rapiscano. Sono sempre dietro l'angolo, loro.
  • L'autunno è arrivato. La stagione delle stagioni. Ma quest'anno è una fregatura. Piove sempre, fa caldo e quindi le foglie sono diventate di un giallino sfigato-polenta. Addio ai rossi e agli arancioni che mi trasmettono una quantità di bellezza tale da bastarmi per un anno. Non sono nemmeno riuscita ad andare a Gardaland - trauma - per via della pioggia e perché l'unico giorno utile c'era la Zombie Walk Nazionale e se ti presentavi vestito da cretino ti veniva concesso l'ingresso a solo dieci euro. Per cui sarà stato affollato di dementi, sotto l'acqua impossibilitati a fare le attrazioni a causa della loro stessa massiccia presenza. Io un po' ho pianto, e aspetto la primavera per ritornarci.
  • Fra una decina di giorni io e Lui fuggiamo nel Chianti tre giorni a bere vino. Ma ne parlerò. 
  • Amo Eataly. Ci vivrei. E vorrei tutto. E poi mi domando come io riesca a ingrassare, lo so.
  • La mia nuova ossessione del momento è rappresentata dalle candele profumate. Non so quanto durerà ma, per ora, vorrei circondarmene e, probabilmente, lasciarmi morire arsa viva per distrazione.
  • Sto guardando American Horror Story: Coven. Superlativo come le stagioni passate anche se, personalmente, per ora, questa terza, non è la mia preferita. Preferivo l'ambientazione insana dell'ospedale psichiatrico all'attuale stregonesca. Però la Lane è un pezzo di sgnacchera indescrivibile.
  • E ho un nuovo hobby: guardare gif porno su Tumblr che mi ispirano autoscatti sfigati da mandare a Lui.

E poi, in mezzo a tutto 'sto blaterare inutile, ringrazio il mio uomo per essere un Uomo. Per dire spesso tu non ti preoccupare, per cucinare per me, per non sfiorarmi mai con la maleducazione, per la confidenza limitata dal rispetto, per l'onestà dovuta dalla stima, per l'impegno nello starmi vicino e nel vivere nel mio mondo di parole e immagini - lui che vive un universo di gesti, fatti e mani - per riportarmi a contatto con la realtà quando volo così in alto da rischiare di sciogliermi al sole, per la fermezza e la sincerità di opinione, per non farsi contaminare dalla materialità, per dirmi ogni giorno ti amo, per pensare sempre per due, per non perdermi di vista quando non siamo soli, per non aver mai dimenticato di guardarmi e sussurrarmi che sono bellissima, per reggere il mio corpo sull'autobus, per la sua rabbia cortese, silenziosa e matura, per avermi insegnato il coraggio e la speranza e la forza, per assecondare i miei sogni e mai i miei deliri, per il senso del dovere e della responsabilità, per usare consigli diretti e pregnanti e brevi, come schiaffi. Devo ringraziarlo per quando dice che ci pensa lui, perché si prende cura di me ma ancor di più perché si prende cura della nostra relazione. Devo ringraziarlo per essere così pieno di sfumature nascoste, per essere più raro di me, per la curiosità e l'intelligenza fine, per le sue cicatrici e le sue ferite, per il suo passato e le sue esperienze, per tutto l'amore che ha generato in me.


Concludo riportando il clima del post al livello - idiota - iniziale. Perché non mi piace smentirmi.


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6 novembre 2013

Non ho mai delle idee. Sempre e solo sentimenti

Le cose peggiori da dare sono i consigli. Meglio i baci, i silenzi, gli ordini e il culo.
A volte sono una poetessa, senza saperlo. Ma quando mai non ti ho amato, penso.
E l'odore di cannella sulle mie dita. Per forza, ora, sono molto felice.
Sono esigente? Parecchio. Nei rapporti, nei risultati, nel lavoro, con me stessa. Se devi darmi qualcosa devi darmelo bene, con coerenza e costanza. Non mi piace chi lavora e non è professionale. Non mi piacciono gli infantilismi, né in amore né in amicizia. Non sono una da alti e bassi. Da prendi e molla. Mai stata. E questo è il mio grosso problema. Taglio seccamente tutto e tutti quelli che non vedo all'altezza della mia serietà e anche quando, poi, torno lievemente sui miei passi mi rendo conto che si è perso qualcosa. Mi concedo a pochi ma in modo assoluto e pretendo la totalità. Spesso mi hanno detto che esalto chi amo, che lo pongo su di un piedistallo e che lo valorizzo. È verissimo. Quando amo o voglio bene davvero rendo poetici perfino i difetti più grossi. Ma fai un passo falso e i saluti sono dietro l'angolo. Leggerezze che altri superano con facilità a me deludono. Gli errori profondi li comprendo meglio. E volto le spalle con una facilità impressionante.
Non è una forma di superficialità. Al contrario è la più profonda forma di purezza e rispetto.
Perché Amore è A-mors. Senza morte.
Io sono già intera. Lui non mi completa, però lui parte dai piedi, sale lungo la schiena e mi esplode forte in testa. Quando penserò che questo non sia per sempre allora, forse, avrò smesso di fremere d'amore.
Posso fare a meno di tutto ciò che non mi seduce. Infatti.

Noi siamo fatti.
Noi siamo rarefatti.
Noi siamo rari fatti.
Ma arrendiamoci. Prima o dopo saremo, comunque, tutti fuori moda.

A volte spingo un bicchiere e osservo, con soddisfazione, che cade e si frantuma. Significa che ci sono ancora e, ancora, ne sfido le conseguenze.



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4 novembre 2013

Diario di viaggio # 4 (Stati Uniti) - Fear and loathing a Los Angeles. E anche un po' a Las Vegas (parte 2)

Dov'eravamo rimasti nel finale della prima parte?

Parlavamo di biscotti, mi pare. Una cosa che (non) sanno fare bene, negli Stati Uniti, è mangiare. Non fraintendetemi, ci siamo abbottati, come due cessi, di tutte le più meravigliose schifezze non naturali esistenti su questa terra ma, mangiar bene, è tutta un'altra cosa. Il buon cibo esiste eh, non sono proprio un popolo di zoticoni, ma nella quotidianità l'attenzione che viene data a ciò che si ingurgita durante i pasti, prima dei pasti, dopo i pasti o mentre si dorme - ché la regola è: mangia sempre - è praticamente nulla.
Se escludiamo le cene a casa, con e da amici, nelle quali abbiamo mangiato incredibilmente sano e gustoso il resto del cibo che abbiamo volutamente ingerito potrebbe essere, con molta probabilità, dichiarato illegale.
Parte integrante della nostra dieta sono state le cheesecake.


Io, in queste torte, ci farei il bagno. E non ho dubbi che qualcuno lo faccia. Ma eviterò di fare una ricerca per non turbarmi. Se dicessi che sono buone sarei assolutamente ingiusta perché le cheesecake che ho assaggiato dovrebbero essere ritenute illegali. Sono così buone da obnubilare qualsiasi capacità di giudizio e obiettività. O forse questo è colpa dello zucchero. Uno dei numerosi problemi che gli americani hanno col cibo, oltre al cibo, è caratterizzato dalle porzioni. Non sono solo grandi. Ma sconfinate. Non si riesce ad intravederne la fine e l'unica cosa che si può fare è rosicchiare un pezzettino alla volta fino a cedere stremati e rinunciare a pulire il piatto.
Un esempio eclatante è rappresentato dalla colazione che ci è stata servita a Las Vegas.

Ma sì, che vuoi che siano due pancakes e un po' di yogurt? (prima foto in basso del collage qui sotto)


Non a Las Vegas. Dove, come si suol dire, devi stare attento a ciò che desideri.



Abbiamo però mangiato anche degli hamburger decisamente buoni, spanne sopra il livello medio che si trova ovunque. Ma si sa che il gourmet hamburger ora non è una pippa solo italiana ma internazionale, quindi perché non pagare qualcosa il triplo rispetto allo scorso anno?
Devo dire, però, che ciò che ho mangiato al BLT Burger a Las Vegas (prima foto da sinistra) è stata un'esperienza di quelle che non dimenticherò.
Esperienza altrettanto estatica ma che pensavo mi avrebbe uccisa è stata quella dell'hot dog avvolto nel bacon. Sì. Davvero. L'amore esiste.
Una menzione speciale, infine, va però al fast food più buono che esista da qui all'eternità: In-N-Out. Le patatine sembrano fatte in casa così come i panini. Amiamolo ed onoriamolo.

Sicuramente il camminare ogni giorno parecchi chilometri ci ha salvati da un sicuro infarto. 
Infatti, pur essendo la California un'eccezione per molti versi rispetto al resto del paese - più salutista, più aperta, più persone attente alla linea, più europea - gli americani sono incredibilmente pigri e prendono la macchina anche per fare un chilometro. Se combiniamo questo con il colesterolo e i grassi con cui, abitualmente, banchettano non c'è da stupirsi nel vedere scene come questa.


Se da una parte fa sorridere vedere questi motorini dall'altra è triste e svilente che una persona, a causa di un'alimentazione completamente sballata, si riduca a muoversi in questo modo. Anche all'interno dei supermercati. La fatica non è contemplata e se si possono minimizzare gli sforzi gli americani lo fanno: scale mobili, rulli trasportatori e diavolerie di ogni tipo. Ma guai a camminare.
Contemporaneamente, però, come dicevo poco sopra la California presenta anche quella leggerissima ossessione verso la forma fisica e camminando a Santa Monica, in riva all'oceano, mi sentivo alternativamente: un budino, una mozzarella e una gelatina vedendo tutte quelle persone esercitarsi sotto il sole facendo sfoggio di certi corpi che, mannaggiacristo, nemmeno se potessi esprimere un desiderio mi verrebbe così bello.

Santa Monica

Quel giorno però, per non sentirci proprio delle merde, abbiamo deciso di fare una passeggiatina da Santa Monica a Venice Beach. Andata e ritorno sono poco più di otto chilometri. Non sufficienti per mettere a tacere le voci, ma abbastanza per poterle ignorare.
Santa Monica è un posto incredibilmente bello.
Il famoso pier con la ruota panoramica e le montagne russe fa da sfondo ad una spiaggia enorme, pulita e davvero bella. Aree per campeggiare, per fare pic-nic, bagni pubblici PULITI e possibilità di svolgere un sacco di diverse attività sulla spiaggia grazie alle numerosissime attrezzature presenti. Un clima invidiabile.
Un costo delle case che potrò permettermi se mai sposassi qualche vecchio magnate con un piede nella fossa.


Proseguendo lungo la costa si arriva, invece, alla spiaggia di Venice Beach.
Venice Beach è, come dire, particolare. Diversissima dalla sua sorella, raccoglie senza tetto, freak di ogni genere, spacciatori di droga, pazzi invasati di religione che tentano di farti partecipare alle loro preghiere comuni, individui mentalmente instabili e tantissimi artisti che vendono le loro creazioni - alcune delle quali meravigliose - in un mercatino perenne che si snoda sulla "passeggiata". A questi fanno compagnia negozi di ogni genere tra i quali spicca il geniale Green Doctor specializzato nella vendita di marijuana puramente a scopo terapeutico che sembra essere, però, in quella parte della città, estremamente facile da ottenere.

Venice Beach
La California, poi, e non lo diresti essendo negli Stati Uniti dove notoriamente non è che ne capiscano molto di certe cose, è terra di vini. Ma vini anche buoni. Davvero.
I migliori vigneti si trovano nel nord dello stato, nella Napa Valley, dove noi non siamo andati per mancanza di tempo e di sonante denaro. Ci siamo accontentati, però, della zona a sud di Los Angeles dove complice un clima perfetto - da leggersi: ma tutto questo terribile sole e questo terribile caldo non potevano rimanere all'inferno? - l'uva cresce rigogliosa in barba a tutti.
Ci siamo andati in gitarella a fare qualche assaggio qui e là e abbiamo approfittato dell'occasione per festeggiare i venticinque anni di Lui.
A metà giornata eravamo molto svegli, brillanti e presenti.


La zona di Temecula ci è apparsa, quindi, ancora più bella. L'uva migliore amica e il vino davvero buono.
Vale la pena, comunque, concedersi una piccola gita corredata da qualche assaggio.
Il vino è buono. In California sono bravi anche in questo. Oltre che con i terremoti.

Temecula Valley

E poi siamo andati a Las Vegas.
Affittata una Fiat 500 - l'alternativa era una Seat, ma noi della Spagna non ci fidiamo - ci siamo sparati le quattro ore che dividono Los Angeles da Las Vegas ascoltando pessima musica alla radio e pronunciando ogni dieci minuti la frase: "Che enorme, gigantesca sega". A parte la prima mezz'ora, quella che serve per uscire da LA, il resto del viaggio può essere riassunto come: sabbia, pietre e cactus.
Qui e là ci sono dei paesini costituiti da pompe di benzina e fast food, accampamenti di roulotte e ettari su ettari di terre in vendita. Insomma, se qualcuno di voi fosse interessato a un vero affare, quella landa desolata che si estende dalla California al Nevada è lì che vi aspetta.
Il momento di massima ilarità del percorso è stato il trovare l'uscita più impronunciabile del mondo: Zzyzx.


Ironia poco divertente a parte paesaggi del genere a me piacciono moltissimo per cui il viaggio di andata è passato tutto sommato piacevolmente. Molto turisticamente ci siamo fermati, anche, nella città di Barstow dove c'è un piccolo outlet meta di pellegrinaggio da parte di carovane di giapponesi e che, sorpresa delle sorprese, è un vero outlet. Nel senso che non costa nulla. A volte essere frivoli ha i suoi pregi.

E alla fine siamo arrivati a Las Vegas.
Las Vegas fa schifo. E lo dico con cognizione di causa visto che questa era la mia terza volta nella sin city.
Non c'è nulla da fare se non spendere soldi. Perdere soldi. Spendere soldi. E passare da un hotel all'altro. Gli hotel, grossi come Brescia all'incirca, per chi non lo sapesse sono pacchianissime meraviglie architettoniche che, nella maggior parte dei casi, riprendono famosi monumenti - di altre culture ché gli americani sono un po' carenti in storia - o ripropongono i fasti di epoche passate. E così può capitare di vedere le statue di Giulio Cesare, le piramidi egizie, il lago di Como, New York in un'unica passeggiata. O, trovarsi, di colpo a Venezia. A passeggiare sui canali, a poter prendere una gondola con un gondoliere che serio e con enorme pathos intona canti italiani, per arrivare poi in Piazza San Marco e assistere - terrorizzati - al Carnevale. Il tutto sotto un cielo finto, perennemente al tramonto.


Siamo, poi, stati incredibilmente arditi a Las Vegas e abbiamo giocato la bellezza di cinque dollari a testa alle slot machine.
E vittoria fu.


Dopo una notte tutto sommato tranquilla e poco nello spirito di what happens in Vegas stays in Vegas siamo tornati.
Vi ricordate che all'inizio della prima parte avevo spiegato che perdersi negli Stati Uniti è praticamente impossibile e che le loro strade sono a prova di imbecille?
Ecco. Noi siamo stati imbecilli e sprovvisti di navigatore e seguendo le indicazioni un filo fuorvianti stampate da Google Maps siamo usciti circa diciannove miglia prima della nostra uscita e ci siamo ritrovati in una cittadina che geograficamente non sapevamo assolutamente dove fosse.
Questo alle 17.40. Con la necessità di riconsegnare la macchina entro le 18.00.
Alle 17.59 consegnavamo la nostra simpaticissima 500 dopo aver capito che forse, il navigatore, esiste per un motivo.

Dieci giorni fa siamo tornati.
Lasciando automobili con i baffi, tè della pace, meravigliose decorazioni per Halloween e barbieri che offrono consulenze e tagliano i capelli gratis a patto di far decidere a loro il taglio.


Abbiamo lasciato affetti, giornate meravigliose e un paese nel quale, davvero, vorrei vivere. Dove davvero, mi sento a casa. Dove mi sento bene.

Abbiamo lasciato Bennie Boy - il cagnolino - che, ormai, ha un pezzo del mio cuore e metà del cibo che mangiavo e la mia seconda mamma. La mia amica persempre.


Noi ed E.


Non abbiamo, però, lasciato la nostra bellezza in California.
Ma c'è da dire che là, pensando solo a mangiare e a divertirci, essere belli ci riusciva meglio e più facilmente.



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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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