24 novembre 2014

Diario di viaggio # 8 - Napoli

Ci sono giorni che ti stupiscono fin dalle loro prime ore.
Ci son giorni in cui, solo dopo tre ore di sonno, a Lui suona la sveglia alle 5.30 e dice dai andiamo.
E allora, con ancora i sogni negli occhi, io vado e mi fido.
Ci sono giorni in cui vai a Bologna per prendere un treno per un dove che non sai. Perché non te lo vuole dire.
Ci sono giorni che sono sorprese.
Ci sono giorni che un momento prima sei lì e quello dopo vedi il mare del Golfo di Napoli che si apre davanti a te.
E allora ti ricordi di quella volta che avevi detto quanto sarebbe stato bello andare là, in Via dei Tribunali a mangiare la pizza da Sorbillo. Che è il miglior pizzaiolo d'Italia. E che noi siamo un po' gastro-fighetti e queste cose non possiamo lasciarle andare inosservate. 
Ci sono giorni che ti sorprendono perché durano tantissimo e perché ti trovi in una città verso la quale provavi sentimenti contrastanti e che in dieci ore riesce (quasi) a conquistarti.
A Napoli ho visto tutti i luoghi comuni su Napoli. Ho visto i Quartieri Spagnoli che sono strettissimi e in salita, e le porte di casa aperte, e centinaia di panni stesi, e in tre in motorino senza casco, e le case sgarrupate e un sacco di botteghine artigiane che mi hanno fatto dimenticare tutto e mi hanno fatto bene a occhi e cuore. Ho visto venditori di sigarette di contrabbando. Ho visto persone cercare di vendere iPhone e iPad per strada e il mito di Maradona e la fede nel calcio ovunque. Ho visto la Napoli dei tg, degli speciali, delle cronache. Ma ho anche visto una Napoli che, ingenuamente, non pensavo potesse essere così bella. Ho visto Piazza del Plebiscito. Col sole negli occhi. A farmi male.



Ho visto il mare. Seduta sugli scalini ai lati della piazza. Ho alzato gli occhi e lui era lì. In un angolo.
Ho visto il mare e ho visto il Vesuvio. E mi ha fatta pensare. A me il mare fa sempre pensare. Tanto. A quanto, nonostante la mia apertura mentale, io sia chiusa e piena di pregiudizi. A come viaggiare mi abbia cambiata e plasmata e migliorata.



A Napoli ho visto una delle Metropolitane più belle al mondo (la fermata Toledo toglie il fiato).
Ho mangiato la pizza da Sorbillo.


E le sfogliatelle da Attanasio. E se ci capitate prendetele ché sono le migliori.


Il babà no, ché non mi piace. Lui l'ha mangiato però. Da Capparelli. La pasticceria migliore per i babbà. L'ho detto che siamo gastro-fighetti.
A Napoli ho alzato la testa nella Galleria Umberto I e per un attimo mi è sembrato di essere a Milano.


Ma solo per un attimo perché a Milano non ce l'hanno mica tutto quel cielo.
Ci sono giorni che si concludono così, su un treno che ti riporta a Bologna con lo zaino pieno di mozzarelle di bufala e di caciocavallo ripieno di burro. (Sì).

Ci sono giorni che ti stupiscono fin dalle loro prime ore.
Ci sono giorni che ti stupiscono fino alla fine delle loro ore.


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17 novembre 2014

Flusso di (in)coscienza # 8

Penso a com'ero prima di te, quando cercavo sempre il modo più complicato di fare le cose per vederci storto e distorto. Quando non sapevo come portare i capelli. Quando le curve mi piegavano.
Ora non mi piego più ma mi arrabbio. Cerco scuse per chiudermi a chiave e chiudermi dentro e sprofondare. Poi, però, non ne sono capace, non come facevo quando ero prima di te.
E allora mi alzo e inzuppo le dita nel latte. Non mi piaceva quando ero prima di te.
Come si cambia. Come non si cambia. Come sono uguale ma diversa. Cambiano le intensità. Cambiano i modi. I romanzi, prima. Il reale, ora. Restando, comunque, a novantun centimetri da me.
Difficilmente sono sfamata dai miei incubi, molto più dai miei sogni.
Tiro avanti con quelli legati ad una corda e li trascino anche sulla neve.

Faccio continue domande al mondo, a me.

Vorrei essere meno amara con me stessa.
Vorrei la sabbia in un palmo di mano e saperla imprigionare.
Vorrei non perdermi in giri di parole.
Vorrei camminare anche quando sono ferma.
L’immobilità mi spaventa.
Vorrei la pioggia che sa di dolce, le chiavi di ogni porta, le calze strappate raramente e il caffè già pronto al mattino.
Vorrei la forza delle cose comuni.

Inciampo nei miei contrasti.
Di quando ho e mi opprime.
Di quando non ho e mi manca.

In questo non sono cambiata. In questo sono com'ero. 
Chissà se riuscirò mai a sentirmi, definitivamente, dentro il mio corpo.


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11 novembre 2014

Del perché mi faccio tatuare Mozart e Ginsberg e leggo saggi di Foucault su Magritte

L’apparenza inganna.
Io cerco di impedirlo cucendomi addosso un abito di percezioni. E vedo non con gli occhi, ma col gusto, l’olfatto il tatto e il vertice sottile e sensibile del pensiero.
Poi mi siedo e dondolo. Sentendomi gridare dietro che così rovino le sedie e che ci vuole rispetto nella vita e, in genere, chi non rispetta gli oggetti non rispetta nemmeno gli umani.
Poi son tutti amici degli animali e coi nostri simili siamo tutti ugualmente freddi e acidi.
Anidride carbonica che soffoca e basta.
Ci sono cose che mi mancano terribilmente. Altre che qualcuno mi ha tolto dalle mani come giocattoli da rivendere. Altre che mi sono passate così accanto da non poterle vedere. Ma da poterle sentire toccarmi in un istante fermo. Avrei potuto afferrarle ma le ho lasciate scorrere sotto il mio movimento assente.
Ci sono cose che mi sono mancate ancora prima di averle. E altre che mi sono mancate nel momento in cui le ho davvero ottenute.
Ma poi prendo o perdo coscienza. E non è molto diverso perché in ogni caso divento confusa e trascendente, divento strana e imbranata.
Sono assassina di tempo, questo lo so.
Dipende da come vivo in rapporto ai miei sogni, se li sento vicini rapidi e audaci o se li sento pensanti illusioni precoci dentro una mente già stanca.
Non esistono cose uguali, cose che a prescindere sono un male.
Una porta non fa mai lo stesso rumore quando si chiude.
Un bicchiere non si spezza mai due volte allo stesso modo.
E tutto, poi, è un fatto di stimoli.
Per questo mi sono fatta tatuare W. A. Mozart e Allen Ginsberg.
Per questo leggo Foucault che parla di Magritte. Perché è tutto un inganno, è tutto illusorio. Tutto ciò che amo è aleatorio e ciò lo rende ancora più grande. Per questo mi tatuo e leggo chi dell'inganno artistico ha fatto la propria vita. Per cercare la fissità. Per cercare la serenità nella realtà.



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5 novembre 2014

Candor disarms paranoia

Ho scritto una poesia, su ieri, ma poi era strana e personale. Così tanto che perfino una che si scatta foto al cesso, come me, l'ha trovata intima.
Oggi, invece, pensavo a quel giorno in cui avevamo solo due caramelle e tu me ne hai data una e a me, naturalmente, è caduta e io ho detto noooo e tu hai detto non importa e mi hai dato la tua anche se era l'ultima.
Ci si innamora una volta sola, vero? Ché le azioni verticali sono pericolose e bellissime. Apice e poi, inevitabilmente, fondo. Procedere orizzontalmente è più consigliabile. Ma proprio non riesco. Quindi, mi chiedo, ci si innamora una volta sola, vero?
A volte non lo so. A volte incontri delle persone, come ieri e ti sembra di stare, come la sera, a gambe sollevate, sotto un ciliegio. Le stelle attaccate al buio. Io attaccata allo sguardo. Lo sguardo attaccato alle stelle. L'intermittenza del cuore che non fa a pezzi nulla. Ieri era bello, posso ancora annusarlo. Ho quell'età dei denti e cosa mi cola dagli occhi? Mi sembra luce.
Forse sono troppo immobile o non abbastanza.
Il peso della veggenza che trascina e sconfina. 
Ma la verità è che sono felice davvero, per ieri. E lei. Lei che è tutto un vento, o tutta un'onda. Come una pianta ben radicata nel terreno, ma non vinta, perché muta. Perché mutevole e immutata nel suo ostinato silenzio. L'acqua limpida che si increspa, lo sguardo pulito che si mescola all'ombra, il corpo che si contagia. 
Sembrano, le promesse infrante in partenza, le più romantiche ma lei non ha infranto. Lei ha costruito.

Lei è Miss Arianna e la sua promessa mantenuta è stata poesia.

Allen Ginsberg - Miss Arianna 2014 - Skinwear, Rimini

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1 novembre 2014

Del perché non mi piacciono i peni grandi

It's penis time! 
Post a discreto contenuto di peni e sinonimi vari, siete liberi di non leggere <3

Qualche giorno fa mi sono vista, come spesso accade, a Milano con Susanna e, oltre ad aver mangiato sushi come se fossimo appena uscite da una quarantena alimentare e aver fatto pettegolezzo selvaggio ci siamo, anche, scambiate un paio di regali.
Susanna non si smentisce mai.
E mi conosce molto bene.
Mi ha portato dei biscotti fatti da lei, mostruosamente buoni, al cioccolato e cannella mi ha anche dato questo:


Poi ditemi come si fa a non volerle tanto bene.


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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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