21 dicembre 2015

Dicembre

Dicembre è un mese complicato. Complicato perché nelle sfumature della sua alba si avvertono già i toni del tramonto, in una combinazione insolita di inizio e fine.
Quel mix che ho ormai imparato a riconoscere nei mesi che hanno scandito quest'ultimo anno, nella solitudine, nei nuovi spunti, nelle piccole cose. 
In questo mese di luci e candele profumate, mani congelate e sospiri sospesi nel freddo mattutino, pensare a tutta la strada percorsa mi lascia uno strano senso di stanchezza addosso e la sensazione che, se dovessi ricominciare, forse non sarei in grado di sopportare un'altra volta certi momenti, certe giornate, certi pensieri che hanno attraversato la mia mente da gennaio fino ad oggi.
Sarà quella stanchezza che si avverte alla fine di una lunga giornata.

Sarà che il minestrone in scatola ha sostituito quello di papà.

Dicembre è un mese complicato.

Ma ho l'amore.
Ho loro.



Ho me stessa.
Il sole.
E la buona fortuna attorno al collo.



E penso che sia sufficiente a concludere quest'anno strano e intenso e senza equilibrio.
Mi aspettano giorni belli - fatti di belle persone e vecchie amicizie.
Forse è presto per augurarvi buon anno ma io, lo faccio. Voi conservatelo.
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11 dicembre 2015

Combattere per l'incertezza

Ci sono cose talmente lontane che le conservi tra le narici, inodori e senza tatto.
E le percepisci fortissime, a luci spente, dentro te.
Ci sono cose talmente vicine che diventano inavvicinabili, che alzano barriere e muri altissimi.
Le vedi e non capisci che cosa si possa provare. Al di fuori di un mare di cose.
Questo anno che passa, passa tutto sotto i piedi; è uno strascico di sposa sporco. Ma vissuto.
Voglio ritrovarmi in un anno in un letto, in un letto con te al mio fianco. E il resto subalterno.
Per amarsi molto bisogna odiarsi tantissimo.
Non ci sono altre spiegazione alla vita, non esiste un reale inizio e una reale conclusione.
A volte vorrei vincermi e sconfiggermi, affliggermi nell'inizio di una fine.
O nella fine di un inizio.
Calmare la trasparenza di questo mondo. Leggere tra le righe di un volto e ricrearne anime parallele per inventarne storie.
Se ti guardi davvero attorno, li vedi i fantasmi, si celano nei sospetti e nelle paure, nei ricordi spiazzati dall'orologio.
Nello scandirsi regolare del tempo.
Se osservi bene, vedi. Sono tutti indizi.
Cambia la vita, cambiano poco le strade, cambiano molto le velocità.
Cambiano i toni anche se le note restano immutate.
Cambiano i sensi e non le parole.
Cambiano le vesti e non cambiano i corpi.

Tutto è cambiato da quel giorno del 2008 quando, per la prima volta, ho fatto la strada che dalla stazione di Torino mi porta lì.
Eppure, l'altro giorno è come se non fossero passati tutti questi anni tra di noi.

Grazie a Poison. Per una serie di cose che vanno dagli gnocchi a Tiger, ai gatti alle parole, alla presenza ai gufi, alla vita, ai tatuaggi, alle coperte pelose, alle ciabatte, all'asciuga capelli, ai parcheggi che non si trovano alle promesse del futuro.

Grazie a El Chivo. Per tutto.

A me.


A te.


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26 novembre 2015

Oggi voglio raccontarvi


  • di quando sabato, una giornata grigia, nebbiosa e schifosamente umida, ho incontrato due personcine che sanno trasformare una giornata grigia, nebbiosa e schifosamente umida in una giornata bellissima. Ne hanno scritto anche loro sui rispettivi blog ma incontrare lei e lei è stata una sorpresa. Oltre a essere bellissime entrambe - ma proprio che le guardi e dici madre santissima che sgnacchere - sono simpatiche, vere, spontanee. Sono amiche. Non ho mai avuto troppe soddisfazioni dalle amicizie femminili, vuoi per incapacità relazionale mia, vuoi per poca affinità e per una miriade di altre motiviazioni ma loro, in sole quattro ore insieme sono riuscite a farmi ricredere e a farmi pensare che forse, oltre alla solita nota - la mia compagna di guerra e vita B - io possa sperare in altri incontri. E non è mica poco. Ci siamo guardate, ci siamo abbracciate ed è stato come fossimo vecchie amiche che si incontrano nella normalità di un sabato mattina. Abbiamo passeggiato insieme a Rdog, tipo il cane più educato del mondo, abbiamo parlato un sacco, di tantissimi argomenti, di scemenze e serietà e poi abbiamo mangiato. Ché, fondamentalmente, ci siamo incontrate per quello. Tre persone diversissime, all'apparenza - qualche giorno prima io mi ero definita la Sporty Spice del gruppo, per dire - ma accomunate da un modo di sentire davvero affine.

  • di quando domenica sera, invece, sono stata a cena da un amico che non vedevo da due anni. Due anni. Un tempo io, lui e altri due eravamo sempre insieme. Ogni domenica a cena in quella casa che è stata la mia seconda casa che ha conosciuto e saputo tutto di me. Che mi ha vista bere, ridere, piangere, arrabbiarmi. Ha visto, insomma. Poi ci si perde, è normale. Ci si mette di mezzo la vita. Mi ci metto in mezzo io che ormai vivo più in Romagna che qui. Ci si mettono di mezzo conclusioni e nuovi inizi, divergenze e crescite opposte a staticità. Fatto sta che domenica io, lui un altro lui - l'amico di sempre e da sempre - e lei ci siamo trovati lì, attorno a quel tavolo a mangiare pasta col salmone e parlare. Come se non fosse successo nulla. Come se quei due anni non ci fossero mai stati. Saltati agilmente, semplicemente allungando la gamba, ché un salto di due anni non richiede un grande sforzo, è quasi come scavlacare una pozzanghera. E sono stata felice. Io sono una persona molto socievole ma adoro la solitudine. Può sembrare una contraddizione di termini ma non lo è, se ci pensate. Adoro stare con la gente quando sono con la gente ma la cerco poco perché in fin dei conti è più facile stare da soli. E allora capita che io abbia davvero pochissimi amici (vicini) con i quali poter uscire. E va bene. E allora capita, però, che a volte io soffra enormemente la solitudine e abbia voglia di stare con la gente e di divertirmi ma non è sempre possibile. Poi mi passa eh, ma succede. Anche il migliore dei solitari ha bisogno di contatto sociale.
  • di quando due settimane fa sono andata a passare un sabato sera a Milano con alcune persone della redazione di Finzioni e abbia, finalmente, dato sostanza a foto e parole. I volti li conoscevo certo, ma i corpi, i movimenti, lo spazio occupato, gli odori e i suoni, quelli no. E sono stata davvero entusiasta, e mi sono innamorata almeno cinque volte e sapere che esistono persone del genere è sempre di gran conforto quando mi sento sola. Milano è sempre meravigliosa e mi manca sempre tantissimo.
  • di quando abbiamo passato due ore in libreria e mi hai regalato una bellissima graphic novel su Hitler e non ci siamo tenuti per mano perché faceva troppo freddo. Ma tanto mica ci perdiamo, noi.
  • di quando sul Tumblr Pioggia&Polenta ho letto un brano di Agota Kristof, vergognandomi molto.
  • di quando.
Il 9 dicembre mi tatuo. Andrò a Torino. Dormirò da lei. Mangeremo. Saremo bellissime.

Fino a qui tutto bene.


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9 novembre 2015

Lettera a mio padre sulla vita che abbiamo vissuto

Sono tante le cose che ti vorrei raccontare e tante quelle che ti racconto mentre spingo la tua carrozzella, mentre ridiamo, mentre cerco di guardare il mondo con i tuoi occhi e mi chiedo cosa si debba provare a essere lì, a essere così.
Ti bacio continuamente la testa, ti stringo, ti chiamo bellone e mi rendo conto di doverti lasciare andare, di doverti permettere di vivere al di fuori della mia testa. Ho giurato che non mi sarei più fatta ossessionare dai pensieri brutti. L'ho giurato tanti anni fa. Ti ricordi quel giorno di fine settembre? Mi avevi accompagnata in stazione e io stavo tornando a Milano per mettere fine a ciò che mi stava cancellando piano piano. Sei la mia bambina - mi avevi detto. Fai la cosa giusta - avevi aggiunto. Io avevo detto sì e avevo reso orgogliosi entrambi, liberandomi di un'ossessione. Ora non voglio commettere lo stesso errore con te, ma sai babbo, mi manchi. Ci pensavo stamattina mentre lavavo le tazze della colazione, quel gesto che ti vedevo fare ogni giorno e che ormai non fai più da quasi un anno. Alla fine è davvero nelle stronzate che ci si rende conto di quanto qualcuno possa mancare, possa contare, possa valere.
Litigavamo tanto perché ci siamo sempre voluti più bene del bene. Sono sempre stata la tua preferita e sei sempre stato il mio preferito. E sei stato anche l'unico a commuoverti alla mia discussione di laurea. Eri capace di farmi sentire uno zero ma poi io venivo da te e parlavamo di musica e del mondo e suonavamo insieme e mi insegnavi ad amare l'arte. Non tutta, perché tu a differenza mia, eri uno netto, radicale, a tratti arrogante. Non ti piaceva avere torto. Alzavi la voce. Avevi paura? Me lo sono sempre chiesta.
Oggi ti piace raccontarmi di quando eri giovane e la nonna ti aveva tinto la divisa militare di un marrone più marrone della merda e i tuoi amici si prendevano gioco di te. Oggi ti piace raccontarmi di quello che eri, quando eri. Ma senza rimpianto perché forse lo sai, che sei. Ancora. Un padre e un marito e, in fondo, al di là delle tue brutture, anche una brava persona. Ogni tanto mi chiedi perché a me e ti si incrina la voce e a me si riempiono gli occhi di lacrime perché non so risponderti. E allora ti spiego che è solo un fatto di sfiga, di casualità, di destino, di non lo so. E che ora è così e ora bisogna che ce lo facciamo andare bene. Che te lo fai andare bene.
Ti ricordi quando venivi a prendermi a scuola con un quarto d'ora di anticipo e ti mettevi sotto la finestra della mia classe in modo che io ti vedessi? Avevo paura di rimanere sola e tu cercavi di farmi capire che non sarei mai stata sola. Ora lo so. Anche quando non ci sarai più io non sarò sola. Mi sono abituata a non averti attorno, a non sentirti tossire, respirare, a non ricevere le tue richieste d'aiuto per l'ennesimo disastro combinato con il computer. Allora alzavo gli occhi al cielo, mi infastidiva essere interrotta. Mi infastidisce ancora, a dire la verità, e mi infastidirebbe averti qui ad interrompermi. Però sarebbe bello. Averti qui, dico. Sei sempre stato il mio fan numero uno e questo non lo dimenticherò mai. Ti piaceva dipingermi come più intelligente di quel che ero. Eri orgoglioso dei miei capelli - e quanto hai sofferto quando ho cominciato a portarli corti - eri orgoglioso di come suonavo il pianoforte, eri orgoglioso perfino dei miei lobi dilatati. Li criticavi ma poi, di fronte ai tuoi amici, non potevi fare a meno di mostrarli. Tutto ciò che ero. Tutto ciò che sono ti rende orgoglioso. Hai sempre voluto una figlia femmina e io spero di essere stata almeno un pochino la figlia che hai sognato. Ho il tuo carattere, con qualche abbellimento diciamocelo, ma ho il tuo carattere e forse anche questo ha contribuito a renderti orgoglioso. Tu sei un primattore, non può che piacerti avere una figlia che ti somigli. E ti somiglio tanto. Una volta vantavamo anche una somiglianza fisica, ora crescendo, sono più simile alla mamma. Ma noi due condividiamo i gusti e le passioni e gli odi e il sarcasmo spesso tagliente. Diciamo cose e ce ne pentiamo. Ogni giorno.
Mi pentirò anche di ciò che sto scrivendo probabilmente. Dopo tanti mesi sto piangendo per te e non ne avevo proprio voglia.
Sono diventata grande quest'anno, almeno un po', perché una parte di me non vuole smettere di essere la tua bambina. Ma sono diventata grande, lo so. Però posso dirti, lo stesso, che mi manchi?

Oggi porti il poncho per ripararti dal freddo, sorridi alle infermiere che ti dicono che sei un figo e citi spesso Per un pugno di dollari.
Oggi sei quasi quello che eri, con la differenza che non ti ho più tra i piedi e non è mica tanto bello.

Al cuore Ramon!


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1 novembre 2015

Trattengo sempre il respiro per non dare spiegazioni. Detesto dare spiegazioni quando non so spiegarmi le cose

(Ho sognato di indossare una qualsiasi me stessa. Ho sperato di non farmi difetto. E ho scoperto che in fondo riesco ad adattarmi a parecchie delle mie sfaccettature e portarmi disinvoltamente in giro.) 

Scrivo da qui. 
E qui non è nessun luogo, perché un luogo ha bisogno di misure ed io sono stanca delle dimensioni. I volumi pesano troppo, le altezze fanno girar la testa, la profondità crea vertigini incontenibili. Allora, il mio tempo non lo confondo con lo spazio, resto ammutolita in modo che neanche la voce si spanda, ferma su un punto e le braccia che si aprono non cercano nulla, respirano al mio posto. 

Vorrei che fosse così. (facile)
Probabilmente è proprio così. 
Ma.
Ci sono delle responsabilità da affrontare, bisogna farsene carico, ammettere errori e cercare di recuperare tutto ciò che è salvabile. I sentimenti sono spesso oggetto di disattenzione, capita così che vengano spostati su un piano diverso, come le piante che non prendono luce. Il grado di disaffezione a certe peculiarità può essere sintomatico di problemi ignorati per pigrizia o per scelta. 
Sono piuttosto stanca di essere tormentata dall’idea di perdere ciò che a fatica ho costruito. 
Si tratta di una regola fissa, è l'ordine delle cose, è l'obbligatorietà delle trasformazioni, un senso unico senza uscita, è una scelta, un'intenzione, un foglio di carta da riciclare, è tutto quello che si vuole. Alla finestra ci si affaccia per allargare il proprio sguardo. Credo alle parole, non credo solo alla loro apparenza e a quello che sembrano ma anche a quello che contengono. La faccia al sole, le mani sporche, i piedi stanchi. I binari stridono al passaggio del metallo, il rumore copre tutti i suoni, occupa gli spazi vuoti, non lascia uscite, scegliere di restare immobili e di abbassare lo sguardo sul proprio stomaco, come se si volesse digerire un'intera esistenza trascorsa a digiunare resta una possibilità. Ed ora la distanza si accorcia, l'affanno passa, il passo è sicuro. 
Non tutto succede per pura fatalità, la realtà è simile a un Barbapapà si adatta alle prospettive che i nostri occhi sanno cogliere in un istante ben preciso. In quell’attimo facciamo una fotografia e fieri della nostra cartolina appena stampata ce ne andiamo in giro a dimostrare che la verità è proprio lì nero su bianco. In fondo il meccanismo di convincimento ha in noi stessi il suo primo utile cliente. 
La strada per diventare eroi si trova sempre, e non si perde tempo a mettersi davanti a tutti per dimostrare la genuinità delle ferite che grondano sangue che ci danno dolore. E adesso, quando le impalcature sono già state piantate, quando il lavoro è frenetico, quando martelli, ponteggi, segnano il tempo o quello che ne rimane, ci accorgiamo che i progetti contengono un errore. Forse un calcolo errato, forse un'analisi un po’ generica, forse troppo ottimista. Rivedere tutto, decidere di nuovo. 
In fondo è solo questione di pesi e misure, di aria e di acqua, di sete e di fame, è solo una semplice formalità, come spegnere le candeline o sporcare i sagrati di riso.


Tornerò a scrivere baggianate, giuro.

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18 ottobre 2015

Il tempo è un'invenzione dell'uomo

Un libro. Un pezzo di carta che spunta tra le pagine e due righe scritte a diciassette anni.
Ce l'hai fatta da sola e vorrei che capissi, una volta per tutte, che non sei l'anello debole, anche se spesso ti sei sentita tale. Sei forte e sei coraggiosa.
Chi se lo ricordava? Un messaggio dal passato.

E poi mi ritrovo così, incastrata tra due cifre, impigliata in emozioni confuse, abbastanza da non capire come fare a venirne fuori, come cavarmela in mezzo a tutta questa vita che, accelerando, vuole travolgermi. E io sono sempre qui, qualche parola che sfugge e un milione di stelle negli occhi, nel riflesso di un cielo autunnale, nel coraggio che bisogna trovare per fermarsi, guardarsi, capire come reagiremo al cambiamento, come stiamo cercando di fare i primi passi, se stiamo fallendo o se è così che inizia ogni viaggio, dalla forza delle contraddizioni.
Come camminare su un filo. 
Tra l’immensità della vita, tra le svariate, molteplici, intricate, confuse strade che si snodano in percorsi differenti, che si intersecano e si incrociano, si sfiorano senza toccarsi mai, parallele e indivisibili.
A volte si ha come la sensazione che tutto stia per crollare: certezze, convinzioni, sogni.

Ed è così che mi sento: in precario equilibrio su un filo sospeso a metà tra cielo e terra, infinito e realtà. E da qui, a questa altezza indefinita, ho doppiamente paura: guardando in basso, paura di fare un passo falso e precipitare in quel baratro che è banale quotidianità, dominio costante della ragione sull'emozione, opinione che opprime il sogno; contemplando il cielo, invece, paura di volare in alto, lontano dalle certezze e dalle persone, come una lanterna cinese in una notte d’agosto.

Non sono poi così cambiata da quando avevo diciassette anni.
Ma sono cambiata tantissimo da quando avevo diciassette anni.


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9 ottobre 2015

Diario di viaggio #9 (Malesia&Singapore) - I'm always super good

NOTA: questo post contiene molte fotografie. Sentitevi liberi di ignorarle.


Arrivare in Asia è stato catartico e catastrofico. Incastro perfetto e caldo opprimente. 
Non ho mai visto un cielo azzurro ma ho visto più sorrisi di quelli a cui ero stata abituata fino a ora.
Arrivare in Asia è stata la liberazione di un sentimento che cullavo da moltissimi anni ed è stata una continua raccolta. Mai una perdita.

Non so come parlare di questo viaggio. La sensazione è quella di aver ricevuto insegnamenti preziosi ad ogni passo. La consapevolezza è quella di dimenticarli in breve tempo. La speranza è che si conservino da qualche parte.

Il miglior ricordo che ho della Malesia è la gente.
Il peggior ricordo il caldo opprimente.
Il miglior ricordo che ho di Singapore è l'ordine e l'educazione.
Il peggior ricordo il caldo opprimente.

La Malesia è stata teatro dei migliori incontri umani fatti in viaggio. La gentilezza della gente non me la scorderò mai e continua a stupirmi al solo pensarci. Kuala Lumpur è sporca, polverosa e caotica. Non ci sono marciapiedi e per attraversare le strade ci univamo ai gruppi di aspiranti suicidi e, chissà come, arrivavamo dall'altro lato sempre indenni.






Kuala Lumpur è modernità tra i suoi grattacieli, una metropolitana (quasi) perfetta e le Petronas Tower. Ma Kuala Lumpur è anche Little India e Chinatown colme di un'umanità varia, accaldata, pressante e incontenibile che svela, però, angoli di pace meravigliosi nei suoi templi buddhisti e induisti. Kuala Lumpur è caldo insopportabile e freddo glaciale nell'entrare in qualsiasi mezzo e locale pubblico. Kuala Lumpur è il richiamo alla preghiera che sentivamo provenire dalla moschea mentre noi ci immergevamo nella piscina sulla terrazza di casa. Kuala Lumpur è le donne velate in modi, colori e maniere meravigliosamente differenti. Kuala Lumpur è la bellezza dei loro occhi, la libertà dei loro modi, è il cancellarmi una serie di pregiudizi dettati solo dalla mia poca esperienza del mondo. Kuala Lumpur è i complimenti continui ai miei tatuaggi, lo stupore nel vedere Hello Kitty sulla mia pelle, la gente che ci aiutava di continuo se ci vedeva incerti, che ci salutava, che si fermava a parlare con noi, che ci sorrideva, che ci accoglieva sempre come un regalo, mai come un fastidio. Mi ha insegnato l'estroversione Kuala Lumpur, almeno per un po'. Kuala Lumpur è anche il mercato di Chow Kit con il sangue che cola sul marciapiedi, gli animali macellati e l'odore di morte. Le mosche sul cibo e un degrado igienico che non so descrivere. Kuala Lumpur sono le food court, nei centri commerciali, o agli angoli della strada dove con tavolini improvvisati e con pochissima spesa si pranza e si cena. Kuala Lumpur è Malesia, India, Cina e Giappone, riso, pollo e noodles. Sempre a qualsiasi ora.


Kuala Lumpur è anche quella meraviglia per gli occhi e l'animo che sono le Batu Caves, immense caverne convertite a luogo di culto induista. La magnificenza e l'enormità delle statue delle divinità e della scalinata che porta al cielo mi hanno spiazzata e fatta sentire grata di esserci.
(Le caverne sono visitabili e ospitano alcune stranissime forme di vita presenti unicamente lì).
Kuala Lumpur è diversità, minestrone culturale, convivenza pacifica, inquinamento, sovrappopolazione, mancanza di logica. Kuala Lumpur è anche una bellissima serata passata con i ragazzi che ci ospitavano a bere vino e mangiare torta al durian (il frutto più maligno che esista): è una serata tra italiani, cinesi e indiani a raccontarsi della vita della bellezza e della bruttezza. Kuala Lumpur è anche, appunto, il durian il cui sapore è un misto tra cipolla, uova marce, calzini sporchi e cane bagnato. Ma anche il mangosteen, il dragon fruit e l'ananas più buono che abbia mai assaggiato.



La Malesia ci ha regalato, poi, la giungla.
Con tre ore di autobus e due di un'instabilissima barchetta a motore su un fiume fangoso siamo arrivati al Taman Negara, un parco nazionale dove abbiamo vissuto in precarissimi condizioni igieniche ma circondati da un'umanità ancora più meravigliosa di quella incontrata in precedenza. Il Taman Negara è abitato, oltre che dai malesi che lo gestiscono, ci vivono e ci lavorano, anche da una popolazione primitiva, gli Orang Asli, che hanno piccoli villaggi privi di elettricità all'interno della giungla e vivono di coltivazione e caccia. Ne abbiamo intravisti alcuni, durante la traversata del fiume e ce ne hanno parlato raccontandoci, anche, come qualche anno fa un americano/a è rimasto/a a vivere con loro per tre anni imparandone la lingua e le tradizione - tra l'altro, interessantissime. Ho molto pensato a questa persona. Mi si incidono sempre addosso simili atti di coraggio, simili volontà di rivoltare la propria vita. Mi affascinano e mi si piazzano indelebili nella mente. Chissà cosa si prova a diventare un essere umano totalmente nuovo. Chissà cosa si prova a sradicarsi culturalmente in un modo così feroce. Ho sempre avuto questa necessità di immersione in culture differente o opposte alla mia. Questa necessità di vivere in un altro modo. Di cambiare abitudini. Di cambiare prospettiva. Di uscire dal mio cerchio. La giungla, a modo suo, mi ha aiutata. Facendomi mangiare sapori nuovi, facendomi adattare a servizi per me, occidentale, impensabili. Agli insetti nel bagno, al buio più totale, al cibo sporco. All'inospitalità di certi luoghi e all'ospitalità incredibile di chi li vive.
"How are you?"
"I'm always super good". Sì. Super good. E lì, guardando questa persona, abbastanza giovane, con pochi denti, e due abiti sporchi addosso mi sono sentita un'ingrata. Noi siamo sempre pieni di rancore e arrabbiati e lì, invece, sorridono sempre. Salutano tutti. Sono grati e si accontentano. Non rinunciano a tocchi di modernità, dal cellulare alla connessione wi-fi però, noi che abbiamo il triplo, non siamo sempre super good. E questo mi ha fatta pensare a come sono schiava di tutto. Della fretta, del tempo, del cibo, della tecnologia, dell'insoddisfazione. Mentre lì bastava del riso, una doccia - perché facevo schifo! - e della compagnia. Abbiamo fatto trekking, abbiamo fatto la canopy walk (un ponte di corda sospeso sulla giungla), abbiamo sudato come mai nella vita, ci siamo sentiti sporchi ma io sono stata davvero felice.







Melaka (o Malacca) è stata la successiva e ultima tappa in Malesia dove abbiamo preso addirittura un taxi e dormito in un hotel molto molto bello, come veri signori. E farsi una doccia decente dopo giorni è stato meraviglioso. A Melaka non c'è molto da vedere, onestamente, se non enormi lucertoloni che escono dal fiume ed enormi topi che corrono nei negozi. Non c'è molto da vedere se non il centro storico che è (anche) patrimonio dell'umanità per la grandissima commistione di stili architettonici presenti, dall'olandese, al portoghese al cinese, dovuti alle diverse dominazioni. Siamo anche riusciti a fare una lavatrice ed è stata tipo l'esperienza più entusiasmante di quei giorni. Avevamo solo vestiti puzzolenti e sudati!
Melaka, comunque, merita una visita. Come tutto in Malesia.





Lasciata la Malesia siamo approdati a Singapore. E pareva di stare in occidente, al di là dei tratti somatici della popolazione.
Singapore è una città ordinata, pulita ed esemplare. Ci sono le corsie tracciate per salire e scendere dalla metropolitana, la Chinatown più pulita che abbia mai avuto modo di sperimentare, la metropolitana più gelida che si possa immaginare e, ovviamente, riso, pollo e noodles in quantità industriale.
Purtroppo in questo periodo Singapore è coperta da una coltre di fumo proveniente dall'Indonesia dove, in barba a qualsiasi ecologismo, stanno bruciano campi per la coltura intesiva delle palme da olio. Il fumo, spostato dai venti, ingrigisce i cieli di Malesia e Singapore rendendo i livelli di inquinamento decisamente allarmanti.



Singapore è bella con il suo Marina Bay Sands, l'hotel con la piscina a forma di barca sul tetto con i suoi Garden By the Bay che sembra di stare in Avatar, con i suoi templi e la sua popolazione completamente isolata da chi ha intorno.











Da Singapore è possibile, inoltre, visitare l'isola di Sentosa alla quale si giunge o con una monorotaia o a piedi, su un ponte lungo meno di un chilometro. Sentosa è un enorme parco giochi. Ospita l'acquario, gli Universal Studios e la possibilità di fare una serie di esperienze diverse.
Noi, ad esempio, ci siamo lanciati - con mia enormissima ansia - con la mega zip-line, attraversando un minuscolo braccio di mare e un pezzettino di giungla.



Come ogni volta mi sono dovuta ricredere e mi sono divertita tantissimo. Ma sono una paurosona di prima categoria per cui sono sempre diffidente.

E poi, il giorno dopo, siamo tornati in Italia.
Quel poco di Asia che ho visto mi è piaciuto. Quel poco di Asia mi ha fatto venir voglia di tornarci, ancora e ancora. Per conoscere e vedere sempre di più. Per sfidarmi e ricompormi. Per sentirmi piccola e umile e per ricordarmi di essere solo un frammento infinitesimale.
Mi son piaciuti gli odori, il caos, la pace, la gente, i sorrisi, gli sguardi. Mi è piaciuta la frutta, mi ha stancata il riso, mi hanno incuriosita le spezie e ho amato l'immenso mix culturale che ho respirato. Le moschee sono meraviglie architettoniche, i templi induisti piacere per gli occhi, la modernità un'opposizione che cozza e si amalgama perfettamente.
Ci sono mille difetti e mille pregi.
C'è tutto un mondo da conoscere e scoprire.

Aggiungo qualche foto del cibo (buonissimo ma MONOTONO!)




Mangosteen, un frutto BUONISSIMO

IL DEMONIO. IL DURIAN.


Colazione nella giungla.







Per chi fosse curioso, QUI, può trovare tutte le foto del viaggio. 

Infine, qualche nota tecnica:

  • gli aeroporti di Doha (Hamad International) e di Singapore (Changi) sono meravigliosi e più puliti di casa mia
  • viaggiare in Malesia è estremamente economico. 1€ vale all'incirca 5MYR (Riggit) e con 12-15MYR ci si mangia in due
  • spostarsi, poi, con i mezzi è abbastanza economico (la metro) e comodissimo e molto economico (gli autobus). Basti pensare che con l'equivalente di 12€ ci siamo spostati da Kuala Lumpur a Malacca (2h di bus) e da Malacca a Singapore (5h di bus)
  • a Singapore e in Malesia c'è la pena di morte per traffico di droga. Ma pure se ti trovano con mezza canna in aeroporto
  • in Malesia, ci raccontavano, i Malesi puri hanno moltissimi privilegi (nella sanità così come nell'istruzione) mentre coloro che hanno origine cinese, indiana ecc. (la maggior parte) non godono delle stesse fortune
  • i malesi sono un popolo apertissimo, disponibile ed estremamente educato
  • il durian fa schifo: sa di cipolla, aglio, calzini sporchi e cane baganto tutto insieme
  • il resto della frutta, in compenso, è buonissima
  • Singapore è cara, molto
  • fa caldo, ma così caldo che dovevo strizzare le maglie che indossavo
  • nel Taman Negara ci sono le tigri, gli orsi e gli elefanti ma per fortuna ben nascosti
  • è stato un viaggio meraviglioso
Ed eccoci qui. Non spenderò altre parole perché, onestamente, non so davvero come esprimere ciò che questi pochissimi giorni hanno significato per me.
Non ero mai andata a Oriente ma spero di poter lasciar perdere l'Occidente per un po' e andare ancora in quella direzione.


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18 settembre 2015

Colorare fuori dai bordi


Guardaci dentro pure tu
Cosa vedi
Devi metterti gli occhiali e dividere le colpe in parti uguali
Perché anche io come te
Ho perso qualche cosa di cui andare fiero
Guardaci dentro pure tu, cosa credi
Non conosco le risposte
E di certo non me le dà una notte insonne
Le porte - Ministri (Cultura Generale, 2015)

Domenica partiamo.
Ho fatto la prova zaino oggi, per vedere se ci sta tutto/come farci stare tutto. Mi avanza anche dello spazio. Abbastanza, direi, tanto da farmi dubitare di aver messo tutto. Ma per due settimane non è che serva molto, soprattutto là che fa caldo. E soprattutto perché esistono le lavanderie. Mi piace viaggiare leggera. Non dico essenziale perché mi sembra di dire una cavolata visto che c'è poco di essenziale nel mascara. O nell'olio di Argan per i capelli. Però il posto c'è e sono leggeri.
Domenica partiamo ma l'aereo non lo prendermo fino a martedì. Stiamo a Milano due notti da un amico, il solito amico. Lunedì ci aspetta l'Expo. Martedì un volo alle 10.55 con uno sciopero aereo che scatta alle 13. Ogni tanto vengo graziata. Non sembra essere uno sciopero imponente ma meglio non giocare con la sorte e gioire del culo che abbiamo.
Sarà un lungo viaggio avendo ben sette ore di attesa a Doha ma è la prima volta che volo verso Oriente e sono molto curiosa, propositiva e ben disposta.
L'abbiamo organizzato, così, senza pensarci troppo. Decidendo cosa vedere e cosa no - per mancanza di tempo - tra una birra e l'altra. Abbiamo deciso di non prepararci troppo, noi che siamo solitamente fin troppo organizzati. Abbiamo deciso delle tappe, certo. Prenotato spostamenti e pernottamenti e letto informazioni e curiosità. Ma per la prima volta non ci siamo ossessionati e abbiamo deciso di lasciar comandare, almeno un minimo, il caso.

E quindi vedremo cosa avranno da dirci la Malesia e Singapore.







Tornerò a scrivere al mio ritorno. Aggiornerò qualche social sicuramente. Per il blog, invece, ho bisogno di tempo, comodità e di una tastiera come si deve.
Mi scuso già per l'album di fotografie che dovrete sorbirvi al mio ritorno. Abbiate pazienza e carezzatemi l'ego.

<3
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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.

Il passato è una terra straniera

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