25 aprile 2015

(Do not) talk to an introvert

Ho alcuni post in bozze da tempo.
L'ennesimo ieri. Inizio a scrivere, di me, di libri, di serie tv e poi, ad un certo punto, perdo la voglia, lo slancio vitale con cui avevo cominciato. E archivio. Mi sembrano sempre parole banali - come la paggior parte, in realtà - parole non necessarie. E quindi mi metto a leggere.

Leggevo anche stamattina, nel letto. Saranno state le 7.58, se non ricordo male, mi godevo un po' le coperte del sabato mattina. Leggevo sciocchezze scorrendo la bacheca di facebook dal telefono. Lo so. Non va bene. Leggevo quelle cose che di solito, per mancanza di tempo, tralascio: notizie sciocche, statistiche inutili, suggerimenti bizzarri su come disporre il cibo in frigorifero. E, così, ho aperto un articolo nel quale si parlava di personalità introverse credendo di trovarmi di fronte alle solite sciocchezze un po' snob che il mondo fa schifo, la gente è stronza, odio tutti e faccio bene a stare in casa. Il solito paravento per non ammettere di avere paura. Invece l'articolo in questione aveva una parvenza pseudo-scientifica e quel minimo di credibilità che ci si aspetterebbe da giornalisti e pubblicazioni a un livello un pochino più alto. E ho letto un po' e mi sono detta sono io.

Poi mi sono alzata. Ho sistemato casa. Ho fatto colazione con lo yogurt greco e il muesli, ho preparato alcune cose da portare a mio padre in ospedale, qualche ora dopo. Ma ci pensavo a questa cosa dell'introversione. E tanto. Troppo simile a me. E allora - avendo ancora un po' di tempo libero - mi sono decisa a cercare qualche informazione in più. Sembro uscita da un'altra epoca, me ne rendo conto, ma nella mia leggerezza non avevo mai valutato l'introversione come una reale categoria caratteriale-biologica-personale ma, semplicemente, come un tratto del carattere, alla stregua della timidezza, per dire. Non mi ero mai considerata introversa, ad esempio. Mi ero data tutta una serie di aggettivi per certe mie preferenze e caratteristiche ma non avevo mai pensato che ne potesse esistere uno in grado di comprenderli tutti. Mai. Suona bizzarro e ingenuo, lo so, ma è così. Ho sempre pensato di essere insicura socialmente, sì. Di essere anche un po' snob al contempo, per il mio continuo selezionare le persone da frequentare e per il mio giudicarne nettamente altre. Ho pensato di essere pesante e disagiata per la paura relazionale che alcune volte provo e che mi fa esprimere negativamente anche su ciò che non ho mai provato, perché è più facile così che tentare qualcosa di nuovo. Ho sempre pensato di avere un'ossessione per il controllo - e un po' ce l'ho - nel voler tutto programmato, nell'aver paura di alcune novità, di ciò di cui non posso prevedere l'andamento. Ho sempre creduto di essere incapace di lasciarmi andare, soprattutto in adolescenza, soprattutto quando a sedici-diciassette anni non capivo cosa ci fosse di divertente nell'uscire il sabato sera a bere. Io il sabato sera stavo a casa a studiare, a leggere, ad ascoltare musica. Ho sempre pensato di essere troppo pesante e viscerale e mentale e chiusa nella mia testa, per la mia ricerca di relazioni intense e forti. Per la mia necessità continua di analizzarmi e scavare e stabilire connessioni. Ho sempre pensato un sacco di cose e questa mattina ho scoperto che tutto questo è riassumibile sotto il tetto dell'introversione.
Io non lo sapevo.
E ho letto. Dei diversi gradi di introversione. Dei diversi modi di relazionarsi e ho dato risposta a tantissime questione. E mi rendo conto che agli occhi di chiunque non possa essere chiaro come questa scoperta possa avermi gratificata o rischiarata o aiutata. Non lo so spiegare ma è come se l'aver scoperto cosa sono mi abbia fatto capire davvero chi sono. Abbia dato struttura a tutti i pezzi del puzzle che mi formano. E ho scoperto, così, di potermi definire mediamente introversa. Perché ci sono un sacco di cose che, comunque, a tratti mi piace fare. So stare in compagnia, posso essere etremamente spigliata, ho pochissime vergogne, so parlare e chiacchiero con tutti. Ma quando me la sento. Non come costante. Mi confido. Parlo liberamente di qualsiasi cosa mi riguardi. Ho poco pudore. Ma quando me la sento. E questo non significa che lo faccio solo con chi ho confidenza, ma che lo faccio quando sono nella disposizione d'animo di farlo. Posso confidarmi con un qualsiasi estraneo se ne ho voglia. So essere incredibilemente aperta e gentile con persone che incontro al supermercato o per strada. Ma quando me la sento. Per il resto del tempo vivo tantissimo dentro me stessa. Fin da bambina ho preferito passare tempo con gli adulti che con i miei coetanei. Ho sempre avuto poche ma profonde amicizie. Sono abitudinaria. Sono selettiva. Esco poco e preferisco stare a casa (anche se poi, a volte, mi pesa e vorrei vedere gente e divertirmi con la gente). Ho bisogni molto intensi di appartenenza ma anche di individuazione/differenziazione. Sono incline alla riflessione e all'introspezione. Valuto tantissimo come comportarmi. Agisco poco d'istinto. Ho poco bisogno di compagnia e ho bisogno di tempi morti solo per me. A non far niente. A pensare. A ricaricarmi. Ho bisogno di pochi stimoli esterni. Sono calma e paziente, fuori. Dentro non sto mai zitta.

E così, mi sono resa conto di avere un certo grado di introversione e questo mi ha fatta sentire bene. Perché - appunto - so cos'è, ho il controllo, posso razionalizzarlo, ha un nome.



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16 aprile 2015

Così, ve lo volevo solo raccontare

Ci pensavo questa mattina. Appena ho tempo mi metto a scrivere e riverso in parole tutte queste lacrime che mi bloccano la gola e mi fanno sentire piccola. Mi riempivano gli occhi mentre camminavo. E mentre aspettavo l'autobus. E mentre entravo in ospedale. Perché a volte la dimensione del cambiamento che mi ha coinvolta proprio non la so gestire e giostrare e accettare. A volte non riesco a volermi abituare alla nuova realtà. Mi rendo conto di viverla, a volte, come uno stato transitorio. E mi spavento. Non so come sarà il futuro di mio padre. Non so se tornerà a casa. Non so se giovane avrà bisogno di una casa di riposo. Mi faccio prendere da una tempesta di pensieri che non so controllare e allora mi viene male allo stomaco e mi sento così profondamente triste e arrabbiata. Poi ci parlo, con mio padre. E un po' mi tranquillizzo, un po' razionalizzo. Un po' mi dico che è capitata questa cosa e ci dovremo tutti adattare perché una soluzione - anche la più brutta, quella di non farlo tornare a casa - esiste. E una soluzione è una soluzione, nonostante tutto. E mi tranquillizzo. E ci sono un sacco di cose belle, comunque.

Ad esempio il week-end che ho fatto con Lui e il fatto che Lui, poi, lunedì è tornato con me ed è rimasto fino a stamattina.
Abbiamo passato dei bellissimi giorni.
Abbiamo mangiato bene. In un bel ristorante a Rimini. Si chiama Abocar e, ogni volta, è una bella sorpresa.

Coniglio, piselli e cacao

Siamo andati a San Leo e io non ci ero mai stata. San Leo è un borgo meraviglioso dove, nella sua rocca, Cagliostro venne imprigionato dalla Chiesa e lasciato morire. La rocca (cella compresa) sono visitabili e... è stato bello. Assurdamente emozionante per me che sento parlare di Cagliostro fin da quando ero piccolina. 
Ho avuto anche una sorta di ispirazione per un nuovo tatuaggio - ma questo, per voi, ovviamente ha poca importanza.




Mi sono accorta di quanto ami la Romagna e di quanto senta quei posti più affini a me rispetto ai luoghi dove son nata. Mi guardo attorno e capisco l'orgoglio, spesso esagerato, di chi abita quella terra e non posso che, almeno un poco, condividere quei loro sentimenti così sbrodolati e terrosi.




E tutto questo è molto bello. E mi ricorda che so ancora respirare e guardare.

E poi è successo che sono stata a mangiare, per la seconda volta, nel ristorante palestinese della mia città e mi è piaciuto molto.

Ed è anche successo che ho cominciato a scrivere per Facciunsalto e spero che possa rivelarsi una collaborazione duratura.

E poi ho guardato la prima puntata di Unbreakable Kimmy Schmidt, proprio poco fa, e mi ha resa contenta.

E insomma, questa mattina volevo sfogarmi con le parole poi, mi sono resa conto che non è così importante. Certo, sì, sono un po' triste, non posso negarlo. Mi sento in colpa, mi sento un peso enorme e mi sembra di non avere una direzione. Sì, sì e sì. Ma poi, boh, mi sembra necessario riuscire a uscire da quel vortice di pensieri che non hanno senso alcuno. Mi sembra sensato razionalizzare, guardare alla realtà, ancorarmi al pavimento. E ripartire da qui.

Così, ve lo volevo solo raccontare.
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8 aprile 2015

Per puro caso

Per tanto tempo ho pensato di essere al sicuro, che il mondo fosse un posto giusto, che i colpevoli venissero puniti, i cattivi riconosciuti, i buoni premiati e che il sole avrebbe aggiustato ogni cosa. Questa consapevolezza non è stata scalfita nemmeno quel giorno d'estate di tanti anni fa, quando di anni ne avevo undici, e me la sono portata, fondamentalmente, intatta per tutti gli anni dell'adolescenza forte di un profondo senso di giustizia e di un'intaccabile fiducia nell'uomo, nella cultura, nella potenza della moltitudine, dell'amore e della sensibilità. Come potevano gli altri non sentire e vedere ciò che sentivo e vedevo io?
Avevo diciotto anni nel 2001.
Era luglio e io sono andata a Genova. Proprio lì. Quella Genova che tutti ci eravamo dimenticati e che è tornata prepotentemente in voga in questi giorni. Prima eravamo tutti Charlie, mi sembra. Quella volta nessuno è stato la zecca schifosa pestata a sangue durante il G8. Perché, apparentemente, siamo condannati in Europa (grazie, Europa) per reati che qui pare non abbia commesso nessuno. Un popolo di santi, navigatori e prestigiatori, insomma. Io me la ricordo Genova in quei giorni. Calda e spaventosa. Ma non da subito. No. All'inizio era una festa e c'ero io, c'erano amici, c'erano famiglie, c'erano anziani che ci offrivano da bere sfatando il mito del genovese tirchio. C'erano canzoni e cortei, c'era rabbia certo, eravamo lì per quello, perché eravamo arrabbiati, perché il mondo non andava nella direzione giusta ma c'erano (quasi) solo sentimenti positivi. Poi sono arrivati i black bloc. Poi è morto Carlo Giuliani. E io ho cominciato ad aver paura. Ho cominciato a non sentirmi sicura. A guardare le persone attorno a me, a cercare di capire gli animi, di leggere gli occhi  provando a gestire lo sgomento. Se qualcuno era morto, se avevano permesso la morte di qualcuno, indipendentemente dalla parte da cui stava - perché per me non c'erano parti, allora - allora qualcosa era cambiato. Allora c'era stato quello scatto, quello che non dovrebbe mai avvenire, quello che legittima tutto. Quello che toglie umanità e crea bestie e che sostituisce la testa con l'istinto più basso. Allora dovevo avere paura. E di paura ne avevo tanta quando la Polizia aveva deciso di togliersi gli abiti del protettore per indossare quelli del cacciatore. Ne avevo quando correvo e venivo sfiorata da altri corpi e mani e pugni e manganelli. Sfiorata. Per puro caso. Ne avevo anche quando, ormai lontana, decidevo quel che dovevo fare, guardando dritta negli occhi il mio amico. Restiamo. Andiamo. Dormiamo nella scuola. Andiamo. Andiamo, andiamo via. Non mi piace. Non può che mettersi peggio. Si son rotte le paratie della razionalità. Andiamo.
E così siamo andati. Ho preso un treno quella stessa sera. Ho lasciato una città che non avrei più guardato con gli stessi occhi. Ho lasciato una me piena di fiducia e ho abbracciato quella nuova. Che ancora dovevo imparare a conoscere. 
E poi, i giorni seguenti, sono cominciate a piovere le notizie sulla scuola Diaz, su Bolzaneto, sui pestaggi, le torture, gli insabbiamenti, i depistaggi, il fango mescolato al sangue, al piscio e agli escrementi di quelli che ci avevano creduto con più forza di me.
Per puro caso
Non ero tra loro.
Me lo ripeto ogni volta che leggo o vedo e la nausea sale prepotente. Per puro caso
Poi ci si mette di mezzo la vita, l'indifferenza, l'abitudine.
Poi arrivano le sentenze. Sempre uno schiaffo.
E io, lì, per puro caso.
Poi arriva la corte Europea e ancora per puro caso.


Ogni tanto mi scopro a tremare. Come quando ho visto il film di Daniele Vicari. Perché da quel giorno non mi sono più sentita al sicuro. Da quel giorno ho capito che chiunque poteva decidere della mia vita e della mia morte.
Ne parlo poco. Non ne ho mai scritto. C'è una sorta di senso del pudore riguardo a questa vicenda che mi ha vista non del tutto protagonista. E c'è, poi, paura. E vegogna. E il non voler venire associata a chi fa bandiera di questi avvenimenti per il puro gusto di farlo. Salvo, poi, dimenticarsene immediatamente. A chi ne parla perché ne parlano tutti. A chi vuole dire la sua opinione senza sapere cosa si prova. A chi mi dice che dovrei tatuarmi ACAB e non capisce che io delle forze dell'ordine mi fido. Sono gli esseri umani, il problema. Non lo schieramento.

E allora, poi, quel luglio sono tornata a casa. E ho pianto. Ho pianto moltissimo.
Da quel luglio ho un incubo ricorrente che solo adesso, scrivendone, mi rendo conto essere associato a quell'estate. Da quel luglio ho smesso di credere di poter cambiare le cose nel mondo perché c'è sempre qualcuno che dispone dei destini dei meno potenti. E ho deciso di occuparmi del mio mondo, quello che abito io e chi mi è vicino.
Quel luglio, poi, sono partita per Los Angeles per due mesi.
E quel luglio è diventato settembre. L'11.
E mi son resa conto che non sarei stata sicura da nessuna parte.

Poi sono tornata. Sono tornata da Genova. Sono tornata da Los Angeles. Ho cominciato l'ultimo anno di liceo. Ma, mi chiedo, sono davvero ritornata tutta intera?

In questi giorni ho capito di no. E va bene così. Che una parte di me stia sempre a sporcare quel mondo che volevano tanto pulito.

Don't clean up this blood.

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4 aprile 2015

Regarde le ciel

Cosa fai dalla mattina alla sera? 
Mi subisco.

Il fatto è che non si può sempre chiedere agli altri di vedere oltre le nostre brutture, di accettarci nonostante le nostre mostruosità pretendendolo solo perché non siamo disposti ad avere paura. 
Se ci si ferma all’attimo da condividere, è tutto semplice, me ne rendo conto. Anestetizzare prima ancora di avere qualcosa da curare. Docili e disponibili come la superficialità, evitando l’angolo pungente del vero incontro. Rimanere in superficie a galleggiare nell’acido della non appartenenza, impermeabilizzati anche a ciò che è naturale ricerca dell’altro.
Insomma, evitare accuratamente il gioco delle parti come fossimo eroine di un qualche romanzo scabroso di poco valore ma di gran popolarità. Impegna poco e fa molto chic.
Scommetto però che saremo capaci di distruggere anche questo. Stiamo già nel pieno dell’antitesi: non agendo, agiamo. 
Nichilismo puro. 

Adesso credo che il mio tempo sia passato. A volte, senza una ragione, sono dentro quel poco che cattura. E son lì dentro prigioniera di una calamità naturale.

Cento volte più piccola di me.
E mi chiedo dove, dove sono.

Dovremmo essere più buoni di notte con noi stessi. Dovremmo volerci più bene. Per non avere rimpianti.
Perché poi la luce ci mette di fronte ai nuovi figli e questi si lagnano, piangono, si dimenano.
E tu non sai più sotto che nome riprendere, sotto che luce risplendere.


(Eppure arriva un momento nella vita, nel quale la nausea di noi stessi è talmente forte che ci si deve ribellare o dannare.  O resti a roteare intorno allo stesso punto centrifugando tutto quello che invade il tuo spazio o, di quel punto, fai confine da oltrepassare). 




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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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