18 ottobre 2015

Il tempo è un'invenzione dell'uomo

Un libro. Un pezzo di carta che spunta tra le pagine e due righe scritte a diciassette anni.
Ce l'hai fatta da sola e vorrei che capissi, una volta per tutte, che non sei l'anello debole, anche se spesso ti sei sentita tale. Sei forte e sei coraggiosa.
Chi se lo ricordava? Un messaggio dal passato.

E poi mi ritrovo così, incastrata tra due cifre, impigliata in emozioni confuse, abbastanza da non capire come fare a venirne fuori, come cavarmela in mezzo a tutta questa vita che, accelerando, vuole travolgermi. E io sono sempre qui, qualche parola che sfugge e un milione di stelle negli occhi, nel riflesso di un cielo autunnale, nel coraggio che bisogna trovare per fermarsi, guardarsi, capire come reagiremo al cambiamento, come stiamo cercando di fare i primi passi, se stiamo fallendo o se è così che inizia ogni viaggio, dalla forza delle contraddizioni.
Come camminare su un filo. 
Tra l’immensità della vita, tra le svariate, molteplici, intricate, confuse strade che si snodano in percorsi differenti, che si intersecano e si incrociano, si sfiorano senza toccarsi mai, parallele e indivisibili.
A volte si ha come la sensazione che tutto stia per crollare: certezze, convinzioni, sogni.

Ed è così che mi sento: in precario equilibrio su un filo sospeso a metà tra cielo e terra, infinito e realtà. E da qui, a questa altezza indefinita, ho doppiamente paura: guardando in basso, paura di fare un passo falso e precipitare in quel baratro che è banale quotidianità, dominio costante della ragione sull'emozione, opinione che opprime il sogno; contemplando il cielo, invece, paura di volare in alto, lontano dalle certezze e dalle persone, come una lanterna cinese in una notte d’agosto.

Non sono poi così cambiata da quando avevo diciassette anni.
Ma sono cambiata tantissimo da quando avevo diciassette anni.


Share:

9 ottobre 2015

Diario di viaggio #9 (Malesia&Singapore) - I'm always super good

NOTA: questo post contiene molte fotografie. Sentitevi liberi di ignorarle.


Arrivare in Asia è stato catartico e catastrofico. Incastro perfetto e caldo opprimente. 
Non ho mai visto un cielo azzurro ma ho visto più sorrisi di quelli a cui ero stata abituata fino a ora.
Arrivare in Asia è stata la liberazione di un sentimento che cullavo da moltissimi anni ed è stata una continua raccolta. Mai una perdita.

Non so come parlare di questo viaggio. La sensazione è quella di aver ricevuto insegnamenti preziosi ad ogni passo. La consapevolezza è quella di dimenticarli in breve tempo. La speranza è che si conservino da qualche parte.

Il miglior ricordo che ho della Malesia è la gente.
Il peggior ricordo il caldo opprimente.
Il miglior ricordo che ho di Singapore è l'ordine e l'educazione.
Il peggior ricordo il caldo opprimente.

La Malesia è stata teatro dei migliori incontri umani fatti in viaggio. La gentilezza della gente non me la scorderò mai e continua a stupirmi al solo pensarci. Kuala Lumpur è sporca, polverosa e caotica. Non ci sono marciapiedi e per attraversare le strade ci univamo ai gruppi di aspiranti suicidi e, chissà come, arrivavamo dall'altro lato sempre indenni.






Kuala Lumpur è modernità tra i suoi grattacieli, una metropolitana (quasi) perfetta e le Petronas Tower. Ma Kuala Lumpur è anche Little India e Chinatown colme di un'umanità varia, accaldata, pressante e incontenibile che svela, però, angoli di pace meravigliosi nei suoi templi buddhisti e induisti. Kuala Lumpur è caldo insopportabile e freddo glaciale nell'entrare in qualsiasi mezzo e locale pubblico. Kuala Lumpur è il richiamo alla preghiera che sentivamo provenire dalla moschea mentre noi ci immergevamo nella piscina sulla terrazza di casa. Kuala Lumpur è le donne velate in modi, colori e maniere meravigliosamente differenti. Kuala Lumpur è la bellezza dei loro occhi, la libertà dei loro modi, è il cancellarmi una serie di pregiudizi dettati solo dalla mia poca esperienza del mondo. Kuala Lumpur è i complimenti continui ai miei tatuaggi, lo stupore nel vedere Hello Kitty sulla mia pelle, la gente che ci aiutava di continuo se ci vedeva incerti, che ci salutava, che si fermava a parlare con noi, che ci sorrideva, che ci accoglieva sempre come un regalo, mai come un fastidio. Mi ha insegnato l'estroversione Kuala Lumpur, almeno per un po'. Kuala Lumpur è anche il mercato di Chow Kit con il sangue che cola sul marciapiedi, gli animali macellati e l'odore di morte. Le mosche sul cibo e un degrado igienico che non so descrivere. Kuala Lumpur sono le food court, nei centri commerciali, o agli angoli della strada dove con tavolini improvvisati e con pochissima spesa si pranza e si cena. Kuala Lumpur è Malesia, India, Cina e Giappone, riso, pollo e noodles. Sempre a qualsiasi ora.


Kuala Lumpur è anche quella meraviglia per gli occhi e l'animo che sono le Batu Caves, immense caverne convertite a luogo di culto induista. La magnificenza e l'enormità delle statue delle divinità e della scalinata che porta al cielo mi hanno spiazzata e fatta sentire grata di esserci.
(Le caverne sono visitabili e ospitano alcune stranissime forme di vita presenti unicamente lì).
Kuala Lumpur è diversità, minestrone culturale, convivenza pacifica, inquinamento, sovrappopolazione, mancanza di logica. Kuala Lumpur è anche una bellissima serata passata con i ragazzi che ci ospitavano a bere vino e mangiare torta al durian (il frutto più maligno che esista): è una serata tra italiani, cinesi e indiani a raccontarsi della vita della bellezza e della bruttezza. Kuala Lumpur è anche, appunto, il durian il cui sapore è un misto tra cipolla, uova marce, calzini sporchi e cane bagnato. Ma anche il mangosteen, il dragon fruit e l'ananas più buono che abbia mai assaggiato.



La Malesia ci ha regalato, poi, la giungla.
Con tre ore di autobus e due di un'instabilissima barchetta a motore su un fiume fangoso siamo arrivati al Taman Negara, un parco nazionale dove abbiamo vissuto in precarissimi condizioni igieniche ma circondati da un'umanità ancora più meravigliosa di quella incontrata in precedenza. Il Taman Negara è abitato, oltre che dai malesi che lo gestiscono, ci vivono e ci lavorano, anche da una popolazione primitiva, gli Orang Asli, che hanno piccoli villaggi privi di elettricità all'interno della giungla e vivono di coltivazione e caccia. Ne abbiamo intravisti alcuni, durante la traversata del fiume e ce ne hanno parlato raccontandoci, anche, come qualche anno fa un americano/a è rimasto/a a vivere con loro per tre anni imparandone la lingua e le tradizione - tra l'altro, interessantissime. Ho molto pensato a questa persona. Mi si incidono sempre addosso simili atti di coraggio, simili volontà di rivoltare la propria vita. Mi affascinano e mi si piazzano indelebili nella mente. Chissà cosa si prova a diventare un essere umano totalmente nuovo. Chissà cosa si prova a sradicarsi culturalmente in un modo così feroce. Ho sempre avuto questa necessità di immersione in culture differente o opposte alla mia. Questa necessità di vivere in un altro modo. Di cambiare abitudini. Di cambiare prospettiva. Di uscire dal mio cerchio. La giungla, a modo suo, mi ha aiutata. Facendomi mangiare sapori nuovi, facendomi adattare a servizi per me, occidentale, impensabili. Agli insetti nel bagno, al buio più totale, al cibo sporco. All'inospitalità di certi luoghi e all'ospitalità incredibile di chi li vive.
"How are you?"
"I'm always super good". Sì. Super good. E lì, guardando questa persona, abbastanza giovane, con pochi denti, e due abiti sporchi addosso mi sono sentita un'ingrata. Noi siamo sempre pieni di rancore e arrabbiati e lì, invece, sorridono sempre. Salutano tutti. Sono grati e si accontentano. Non rinunciano a tocchi di modernità, dal cellulare alla connessione wi-fi però, noi che abbiamo il triplo, non siamo sempre super good. E questo mi ha fatta pensare a come sono schiava di tutto. Della fretta, del tempo, del cibo, della tecnologia, dell'insoddisfazione. Mentre lì bastava del riso, una doccia - perché facevo schifo! - e della compagnia. Abbiamo fatto trekking, abbiamo fatto la canopy walk (un ponte di corda sospeso sulla giungla), abbiamo sudato come mai nella vita, ci siamo sentiti sporchi ma io sono stata davvero felice.







Melaka (o Malacca) è stata la successiva e ultima tappa in Malesia dove abbiamo preso addirittura un taxi e dormito in un hotel molto molto bello, come veri signori. E farsi una doccia decente dopo giorni è stato meraviglioso. A Melaka non c'è molto da vedere, onestamente, se non enormi lucertoloni che escono dal fiume ed enormi topi che corrono nei negozi. Non c'è molto da vedere se non il centro storico che è (anche) patrimonio dell'umanità per la grandissima commistione di stili architettonici presenti, dall'olandese, al portoghese al cinese, dovuti alle diverse dominazioni. Siamo anche riusciti a fare una lavatrice ed è stata tipo l'esperienza più entusiasmante di quei giorni. Avevamo solo vestiti puzzolenti e sudati!
Melaka, comunque, merita una visita. Come tutto in Malesia.





Lasciata la Malesia siamo approdati a Singapore. E pareva di stare in occidente, al di là dei tratti somatici della popolazione.
Singapore è una città ordinata, pulita ed esemplare. Ci sono le corsie tracciate per salire e scendere dalla metropolitana, la Chinatown più pulita che abbia mai avuto modo di sperimentare, la metropolitana più gelida che si possa immaginare e, ovviamente, riso, pollo e noodles in quantità industriale.
Purtroppo in questo periodo Singapore è coperta da una coltre di fumo proveniente dall'Indonesia dove, in barba a qualsiasi ecologismo, stanno bruciano campi per la coltura intesiva delle palme da olio. Il fumo, spostato dai venti, ingrigisce i cieli di Malesia e Singapore rendendo i livelli di inquinamento decisamente allarmanti.



Singapore è bella con il suo Marina Bay Sands, l'hotel con la piscina a forma di barca sul tetto con i suoi Garden By the Bay che sembra di stare in Avatar, con i suoi templi e la sua popolazione completamente isolata da chi ha intorno.











Da Singapore è possibile, inoltre, visitare l'isola di Sentosa alla quale si giunge o con una monorotaia o a piedi, su un ponte lungo meno di un chilometro. Sentosa è un enorme parco giochi. Ospita l'acquario, gli Universal Studios e la possibilità di fare una serie di esperienze diverse.
Noi, ad esempio, ci siamo lanciati - con mia enormissima ansia - con la mega zip-line, attraversando un minuscolo braccio di mare e un pezzettino di giungla.



Come ogni volta mi sono dovuta ricredere e mi sono divertita tantissimo. Ma sono una paurosona di prima categoria per cui sono sempre diffidente.

E poi, il giorno dopo, siamo tornati in Italia.
Quel poco di Asia che ho visto mi è piaciuto. Quel poco di Asia mi ha fatto venir voglia di tornarci, ancora e ancora. Per conoscere e vedere sempre di più. Per sfidarmi e ricompormi. Per sentirmi piccola e umile e per ricordarmi di essere solo un frammento infinitesimale.
Mi son piaciuti gli odori, il caos, la pace, la gente, i sorrisi, gli sguardi. Mi è piaciuta la frutta, mi ha stancata il riso, mi hanno incuriosita le spezie e ho amato l'immenso mix culturale che ho respirato. Le moschee sono meraviglie architettoniche, i templi induisti piacere per gli occhi, la modernità un'opposizione che cozza e si amalgama perfettamente.
Ci sono mille difetti e mille pregi.
C'è tutto un mondo da conoscere e scoprire.

Aggiungo qualche foto del cibo (buonissimo ma MONOTONO!)




Mangosteen, un frutto BUONISSIMO

IL DEMONIO. IL DURIAN.


Colazione nella giungla.







Per chi fosse curioso, QUI, può trovare tutte le foto del viaggio. 

Infine, qualche nota tecnica:

  • gli aeroporti di Doha (Hamad International) e di Singapore (Changi) sono meravigliosi e più puliti di casa mia
  • viaggiare in Malesia è estremamente economico. 1€ vale all'incirca 5MYR (Riggit) e con 12-15MYR ci si mangia in due
  • spostarsi, poi, con i mezzi è abbastanza economico (la metro) e comodissimo e molto economico (gli autobus). Basti pensare che con l'equivalente di 12€ ci siamo spostati da Kuala Lumpur a Malacca (2h di bus) e da Malacca a Singapore (5h di bus)
  • a Singapore e in Malesia c'è la pena di morte per traffico di droga. Ma pure se ti trovano con mezza canna in aeroporto
  • in Malesia, ci raccontavano, i Malesi puri hanno moltissimi privilegi (nella sanità così come nell'istruzione) mentre coloro che hanno origine cinese, indiana ecc. (la maggior parte) non godono delle stesse fortune
  • i malesi sono un popolo apertissimo, disponibile ed estremamente educato
  • il durian fa schifo: sa di cipolla, aglio, calzini sporchi e cane baganto tutto insieme
  • il resto della frutta, in compenso, è buonissima
  • Singapore è cara, molto
  • fa caldo, ma così caldo che dovevo strizzare le maglie che indossavo
  • nel Taman Negara ci sono le tigri, gli orsi e gli elefanti ma per fortuna ben nascosti
  • è stato un viaggio meraviglioso
Ed eccoci qui. Non spenderò altre parole perché, onestamente, non so davvero come esprimere ciò che questi pochissimi giorni hanno significato per me.
Non ero mai andata a Oriente ma spero di poter lasciar perdere l'Occidente per un po' e andare ancora in quella direzione.


Share:
Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001 concernente i Disclaimer.

Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet, pertanto considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email.
Tutti i testi e le immagini riportanti la firma dell’autrice sono di proprietà della stessa, pertanto non utilizzabili su altri siti web, blog e affini. Se interessati alla riproduzione di qualsivoglia materiale si contatti l’autrice per stabilire consenso e clausole.