10 dicembre 2016

Smettere di.


Anche l'altezza mi mette paura, e il sangue e i terremoti; per il resto non temo nulla, tranne la morte, il pensiero di mettermi a urlare in mezzo alla folla, l'appendicite, e un attacco di cuore, già, anche questo.
(Chiedi alla polvere - J. Fante)


Smettere di aver paura.
Di parlare. Di scrivere. Di essere.
Di perdere. Di perdermi e di perdervi.
Della nebbia. Del ghiaccio. Dei pensieri degli altri. Dei giudizi e delle opinioni.
Degli incidenti. Delle automobili ribaltate. Della disattenzione.
Del cibo bruciato. Dei treni in ritardo. Delle strade nuove.
Delle telefonate inaspettate. Del corpo che non risponde, dei coaguli di sangue e del cuore che manca un battito.
Del tempo che è clemente solo quando vuole. Del tempo che se ne frega. Del tempo che non esiste.
Di non essere all'altezza. Dell'altezza. Di deludere. Di non meritare stima.
Di non essere abbastanza. Abbastanza bella, simpatica, brava, magra, intelligente, disponibile. Abbastanza come mi vogliono gli altri.
Del vento che fa tremare i vetri. Del respito breve. Della tosse che toglie il fiato.
Di perdere profondità. Capacità di pensiero critico e curiosità.
Di cambiare e di essere uguale.
Di perdere il controllo. 
Di amare troppo
Di amare male.
Voglio smettere di aver paura.
Ma ho paura di farlo.

Ren Hang


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13 novembre 2016

Basta solo un po' di coraggio

Concentrarsi su ciò che si ha. 
Non dare importanza a ciò che manca.
Io non lo so cosa mi manca, in certi periodi. Forse solo me stessa. Forse solo un po' di coraggio. Eppure mi sembra di averne: nel sorridere sempre, nell'esserci sempre, nell'avere sempre un atto di gentilezza verso chiunque, nonostante le lacrime o la rabbia. 
Eppure mi sembra di averne: nel mettermi in discussione, nello scegliere, nel gestire i sensi di colpa.
Non dare importanza a ciò che manca.
Ma se io non lo so cosa mi manca?
Quel che sento, in certi momenti della mia vita, è solo una profonda tristezza, un dolore all'altezza della gola, gli occhi che si appannano, le spalle che si muovono come a dire non importa.
Saranno gli ormoni - penso.
Sarò solo triste - mi dico.
Provo a trovare un senso alle paure. Paura di sbagliare, paura di deludere, paura di perdere ciò che ho, chi ho intorno.
Soffro per questo?
Provo a controllare l'ansia. 
Provo a pensare a ciò che ho, a tutto ciò che ho guadagnato in quest'ultimo anno. Faccio la conta delle cose belle.
Eppure continuo a sentirmi triste. Continua a venirmi da piangere. Continuo a pensare al vuoto lasciato dalla malattia di mio padre, al vuoto lasciato nella nuova vita di mia madre, al vuoto lasciato dagli amici di un tempo quelli che mi hanno costruita, quelli che appartengono a un'altra vita e che tengo per mano anche in questa, senza riuscire a farli entrare del tutto. Ché la distanza ci mette il suo. Continuo a pensare al cambiamento, alla fragilità del presente e alla nebulosità del futuro.
Mi sento così profondamente triste da non sapere nemmeno da dove è cominciata.
Vi ricordate com'era tutto manicheo a 19 anni?
Vi ricordate quanto poco ci voleva per salvarsi?

I problemi sono altri, lo so.
Ma ogni tanto mi prendo il privilegio di piangere per me stessa come se avessi ancora 5 anni.



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1 novembre 2016

La mia infanzia, Stephen King e Stranger Things

La prima volta che ho letto un libro di Stephen King avevo dieci anni.

Ero a casa con la febbre. Era un gennaio di ventitré anni fa e Netflix, ancora, non l'avevano inventato. Ricordo di essermi arrampicata sulla libreria e di aver iniziato a passare in rassegna i titoli, facendomi guidare più dalla copertina e dalla mia voglia di sentirmi grande e coraggiosa, che da un reale interesse. Mio babbo era ancora mio babbo allora e io ancora la figlia. Il contrario sarebbe avvenuto solo in anni più recenti. Ma si tratta di un'altra storia e ciò che conta è che, in quel giorni di gennaio di tanti anni fa, mio babbo che allora era ancora mio babbo mi ha tolto dalla mano La lunga marcia – che ho letto qualche mese più tardi – e mi ha messo in grembo It.
E tutti insieme, mio babbo, Stephen King, It e i perdenti, mi hanno cambiato la vita.

Leggere It, per me, all'epoca significava sfidare una delle mie più grandi paure: l'immagine che di It stesso avevo, dalla miniserie uscita qualche anno prima. Un Tim Curry indimenticabile e in grado di popolare i miei incubi per tutta l'infanzia.
Sono sempre stata una bambina abbastanza schiva, timorosa delle novità ma attratta dall'avventura. Sono cresciuta con I Goonies, ET e Stand By Me e ciò che non facevo nella realtà lo realizzavo nella mia mente. Mi sono sempre sentita parte di un gruppo a parte. Il gruppo dei perdenti, dei goonies appunto di quelli che salvano un extraterrestre per salvare la fantasia, di quelli che cercano un corpo per trovare loro stessi e diventare adulti.
It non poteva che essere il mio libro.

Mi sono trasferita da qualche mese in una casa nuova e la copia di It che ho letto in quel giorni di gennaio del 1993 è qui con me. Ho creduto di non prendere altri titoli dalla collezione di mio babbo. So che sono la sua eredità ma non voglio affrettare i tempi. Lo diventeranno quando smetterà completamente di essere mio babbo e non adesso quando i ruoli si sono solo invertiti.
È una storia complicata questa, lo so, e non si capisce se io voglia parlare di me, della nostalgia, di libri o del trattare un romanzo come fosse un figlio. Ma come si fa a parlare dell'infanzia, della magia di cui conserviamo memoria ma che da adulti non sappiamo spiegare? Né sappiamo se sia esistita davvero. Come si può raccontare il potere di una storia che non è solo la storia in sé ma il mondo che crea, i mondi che muove e fa comunicare e quella sensazione di essere infinito, di aver vissuto mille vite, di guardare il mondo dall'alto, di vedere tutto, sentire tutto e voler solo essere attraversati dall'immensità?

Leggo It una volta l'anno.
Mi aiuta a fare pace con me stessa. Perché It serve per chiudere i conti col passato, per diventare grandi senza dimenticare cosa si è stati, per continuare a sorprendersi del male e per non smettere mai di arrendersi. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti.
Leggo It una volta l'anno perché Stephen King è un narratore eccezionale e fabbrica le sue storie in un modo per niente scontato, con una struttura solida, un susseguirsi implacabile di parole che conducono là dove la verità del mondo si sente. E mica capisci come ci sei arrivato a quella purezza. Come qualcuno abbia potuto dirla così bene, esattamente come tu la percepisci.
Leggo It una volta l'anno per sentirmi coraggiosa.
Leggo It una volta l'anno per come mi fa sentire ogni volta. Ogni volta insicura. Ogni volta sola. Ogni volta travolta. Ogni volta parte di un tutto senza forma costituito da amicizia, fede, valore, purezza, speranza e da tutti i sentimenti a cui non so dare forma e che restano lì aggrovigliati a metà strada tra la pancia e la gola.
Leggo It ogni anno perché, paradossalmente, è il mio mondo bello. E per avere mio babbo più vicino.

Poi succede che una domenica di metà luglio, a trent'anni dall'uscita di It, decido di rileggerlo. Ma tentenno. Siamo nel 2016 e a differenza del 1993 Netflix ce l'abbiamo.
Decido di iniziare questa nuova serie il cui font del titolo mi ricorda in modo impressionante quello utilizzato dalla Sperling&Kupfer per i titoli delle edizioni dei libri di King degli anni '90. Quelle edizioni che ho sempre avuto fra le mani.
Si intitola Stranger Things questa serie ed è ideata dai fratelli Duffer.
Otto puntate. Otto ore che, letteralmente, mi mangio e digerisco insieme a tutti i pop corn, in tre giorni. La creazione dei fratelli Duffer è preziosa e di nicchia. Strizza l'occhio a ET, a Incontri ravvicinati del terzo tipo, a i Goonies e a tutto il cinema anni '80 di Spielberghiana memoria. E poi abbraccia Stephen King. Fino ad inglobarselo. Fino a essere una serie di Stephen King ma non di Stephen King.

Stranger Things è It e Stand by me e L'Incendiaria e Carrie e Pet Semetary e Tommyknockers. È la ricerca di un amico, i binari del treno seguiti fino alla speranza, è le biciclette più veloci del vento, i poteri della mente, i genitori aguzzini, il male sotto varie forme, ma soprattutto è l'infanzia, l'amicizia, l'unione più forte di qualsiasi paura.
I perdenti di Stranger Things ricordano molto quelli di It, per composizione e caratteristiche. Per l'amore incondizionato che li lega e per la forza con la quale credono al magico, all'orrore e alla possibilità che il mondo non sia incasellato e razionale ma che sia sottosopra. Racconta il momento in cui si scopre che il male degli uomini va oltre gli uomini e può assumere fattezze inaspettate e uscire direttamente da sotto i letti e dagli armadi di ognuno di noi e ogni tanto far sparire qualcuno, strappare un braccio a un altro o far scoppiare una bomba, così all'improvviso.

I fratelli Duffer riescono in ciò che credevo fosse solo appannaggio di King: sbatterci in faccia i bambini che siamo stati. Puzzolenti, sporchi, fedeli, pieni zeppi di futuro e di vita. Coraggiosi e valorosi, non ancora inquinati ma più adulti degli adulti. E amici. Amici davvero, senza riserva e sovrastrutture. Amici perché nella vita non c'è altro e non deve esserci altro se non questo sentimento di purezza e lealtà e giustezza e famiglia. 

«Andate a farvi fottere», dissi, e tirai su il culo, mostrandogli il medio da sopra la spalla mentre mi allontanavo. Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, e voi? 

Ecco di cosa sto parlando. Per quanto mi riguarda, la serie è tutta qui, in queste parole, tratte da Stand by me: un gruppo di ragazzini contro il mondo e il male che è capace di liberare.

Stranger Things è la storia di alcuni ragazzini che cercano di salvare il presente.

È lo specchio di ciò che siamo e che ci siamo dimenticati di essere.

Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.  (It)


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9 ottobre 2016

I pioppi di ottobre

Settembre è passato senza che me ne accorgessi e senza rendermene conto è più di un mese che non scrivo. Ci sono atti che uno crede immutabili, come lo scrivere, convinto che non possa esserci altro se non mettere in fila le parole per un pubblico di sconosciuti. Fino a un anno fa ero sicura che non sarei riuscita a non scrivere sul blog. Ora, mi rendo conto, che come ogni volta le mie sicurezze si sgretolano come una manciata di terra secca.
Dovrei dare da bere alle piante, a proposito di terra che si sbriciola. Ci sono troppe azioni che dovrei fare e non faccio per pigrizia, lassismo, non voglia, mancanza di tempo e cambio di priorità. Eppure far bene tutti i compiti per me è sempre stato motivo di vanto. E non farli motivo d'angoscia. Ma forse un po' di ansia da mania di controllo la sto abbandonando. Forse.
Stasera ho voglia di un bel piatto di verdure con pane e spezie varie. Sono andata al supermercato prima, perché ho il frigo vuoto. Non amo il supermercato la domenica ma la mia fruttivendola di fiducia, giustamente, è chiusa. C'era così tanta gente e io mi sono sentita così stronza e uguale alla massa pascolante che cammina senza saperlo e guarda senza vedere.
Ho già molta fame ma Lui tornerà dal lavoro solo alle nove per cui cerco di non pensarci.

Settembre è passato senza che me accorgessi.

A settembre è venuto mio fratello con la fidanzata a trovarci. Ci hanno portato libri e vino in dono. E abbiamo passato alcune serate piacevolissime. I due uomini sono cuochi incredibili ed è bello vedere quanta creatività riescano a esprimere con pochissimi elementi.

A settembre c'è stata l'inaugurazione del nuovo studio dove lavoro.
Siamo noi. Ancora e sempre.


Con tutti i nostri problemi, i fraintendimenti, i non detti, il proprio vissuto e i propri dolori che a volte è difficile non gettare sugli altri. Con le nostre risposte fredde e le discussioni. Ma siamo ancora noi che siamo una squadra, che funzioniamo benissimo anche se a volte ci boicottiamo, che ridiamo fino alle lacrime e che in fondo proviamo un sacco di amore l'uno per gli altri perché siamo una famiglia.

A settembre sono tornata a casa per il solito fine settimana mensile e ho visto mio babbo che è sempre mio babbo e che a volte non ricordo nemmeno più com'era prima. Mi capita di guardare delle foto scattate nell'ultimo anno e sforzarmi per ripotarmi alla mente il prima. Ché situazioni sostituiscono situazioni ed è un attimo scordarsi ciò che si era e abituarsi a ciò che si è.

A settembre sono stata in Toscana con Lui. Perché Lui ha voluto sospendersi.


Abbiamo conosciuto persone e rivisto persone. Ed è stato bello, ed è stato nostro ché era tanto tempo che non avevamo del tempo per qualcosa che ci andava da fare insieme con i lavori che rubano ore e occasioni.

A settembre ho comprato due libri e me ne hanno regalati quattro e ancora non ho finito quello cominciato all'inizio di settembre. E io tutti questi libri non potrei amarli di più. Non potrebbero farmi sentire meglio.

A ottobre, invece, anche se iniziato da poco ho: litigato con mio nonno la cui ingratitudine, grettezza e meschinità sono i motivi per cui non lo ricorderò mai con affetto; ho cenato fuori troppe volte; ho finalmente sentito freddo e visto le foglie diventare gialle; ho pensato che il mondo sarebbe bellissimo se fosse per sempre autunno.


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31 agosto 2016

Non so cosa aspettarmi da settembre

Non so cosa aspettarmi da settembre.
Generalmente settembre è sempre stato il mese dei grandi viaggi, degli Stati Uniti, dell'Oriente, delle capitali europee. Non quest'anno. La casa nuova è stato il grande viaggio di quest'anno e di più non possiamo permetterci.

Non scrivo da tanto, lo so.
Ma la vita succede e io mi dimentico di appuntarmi accadimenti e speranze. Poi ci penso e mi dico che dovrei scriverne ma poi non accade e rimando in un circolo di scuse e di scelte più facili: più facile non pensare, più facile impegnarmi in attività meno faticose, più facile scegliere di fare altro.

Ad agosto:


  • ho lavorato quasi tutto il mese, tranne una pausa di quattro giorni intorno a Ferragosto
  • abbiamo riaperto lo studio. È bello lo studio nuovo, fa bene agli occhi e al cuore. È una rinascita e una nuova occasione e la gente è cominciata ad arrivare, di nuovo
  • ho passato una giornata in solitaria a Bologna a visitare la mostra delle Barbie e quella dedicata a David Bowie. Una delle giornate migliori che potessi desiderare. La città praticamente semi-deserta, io e le mie lunghissime camminate. Io e la solitudine. Mi si sono anche rotte le scarpe e sono dovuta entrare nel primo H&M disponibile per prenderne un paio. Sì lo so, sono una merda. Nel senso che ho contribuito a fornire un motivo per le aperture festive
  • settimana scorsa sono stata a Riolo Terme, un piccolo paese tra Ravenna e Imola (l'ho geolocalizzato all'incirca lì) che ospita, ogni anno, un gran bel festival gratuito con bei nomi, almeno per me, della musica contemporanea. Abbiamo visto I Ministri e ogni volta mi stupisco di quanto mi piacciano
  • ho letto un saggio su Stephen King e uno sui Goonies
  • ho visto Stranger Things e l'ho amata
  • ho iniziato con tipo dieci anni di ritardo Una mamma per amica
  • e continuo a guardare Pretty Little Liars chiedendomi anche il perché
  • domenica è arrivata mia mamma e starà qui fino a sabato. Tornerò a casa con lei per il fine settimana ché non vedo mio babbo da quasi un mese
  • a volte mi manca molto mio babbo, la sua figura, quello che era prima della malattia
  • la prossima settimana dovrebbe venire a trovarmi mio fratello
  • mangio
  • ascolto musica
  • leggo un sacco di attualità ma non ne scrivo. Ché ormai mi sembra che si giochi a chi è più indignato sui social
  • oggi mi è arrivato a casa il nuovo libro di Jonathan Safran Foer e quindi è una splendida giornata
  • vorrei comprarmi i libri di Harry Potter  e, finalmente, leggerli ma non so se sia una buona idea
Vi leggo sempre tutti.
Vi penso molto.
Ho cancellato Snapchat e questa è la mia ultima testimonianza del suo uso.




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27 luglio 2016

Da quel giorno preciso

Da quel giorno preciso mi sono scontornata un po'.
Come se fossi colorata un po' a casaccio, dentro e fuori i margini senza rispettare l'ordine e la precisione.
Scontornata e smarginata. 
Da quel giorno, ne sono convinta. Come se la malattia di mio padre mi avesse tolto sicurezza e convinzione. Come se la malattia di mio padre avesse agito come una gomma a cancellare a casaccio, qui e là, sbiadendo alcuni punti di me. Piccole mancanze che non destabilizzano il quadro d'insieme ma che mi hanno azzoppata. Giusto un po'.
Mi sembra di non essermi più sentita veramente e genuinamente felice da quel giorno. Come se ogni pensiero e ogni momento fossero stati inquinati da quello. Magari non detto, sicuramente taciuto ma ben saldo nel terreno.
Eppure mi sono capitati meravigliosi cambiamenti di vita, situazioni piene e intense, riconoscimenti e amore. Tanto. Tutto l'amore che potessi pensare. Ma a me non sembra di viverli come dovrei o vorrei. Non con l'entusiasmo adatto, non con la presenza che meritano. Come se fossi lì e in un altro posto allo stesso tempo. Come se fossi sempre in un altro posto, da qualche parte dentro di me, quando accadono le cose. Eppure mi sembrava che un tempo io fossi davvero presente a me stessa, che fossi dov'ero con il corpo e la testa e invece, ora, è come se ci fosse questo sdoppiamento a volte prepotente a volte timido ma costante.
E mi sento così triste a volte. E non so dirlo.
E non so spiegarlo.

Al cuore Ramon!




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12 luglio 2016

Certe volte, se non capisco, non sto tanto bene

Qualche giorno fa ho avuto una piccola crisi di pianto.
Oggetto: la femminilità canonica. In termini estetici, in termini di scelta del guardaroba, in termini di ciò che è spesso proposto come correttamente femminile, come unica scelta femminile, come unica modalità di essere donna.
Non ho mai inquadrato i capi di vestiario come femminili o maschili, fin dall'infanzia. Ho sempre avuto piena libertà di scelta e già all'asilo preferivo vestirmi con i pantaloni che con la gonna e mi chiedevo perché i maschi non si mettessero abiti rosa, gonnelline o fiocchetti o perché non glieli facessero indossare. Non ho mai incasellato ho sempre pensato che l'abbigliamento dovesse essere una scelta personale dettata da gusti o, questo l'ho imparato solo più tardi, da un sentimento, da una spinta interna.
Mi son sempre, quindi, vestita nel modo più neutro possibile, per scelta e gusto, ovviamente. Per me jeans e t-shirt/maglioncino/felpa sono ancora oggi l'estetica che mi si confà di più, che meglio mi rappresenta, che meglio mi fa sentire bene e me stessa.
Non per questo, però, non amo vestitini, camicette e quel tipo di abbigliamento che viene canonicamente definito femminile.

Da qui la mia crisi. Perché quel tipo di abbigliamento è più femminile dei jeans? Perché i tacchi fanno donna e le scarpe basse o i sandali meno? Chi l'ha deciso? Perché mi devo sentire meno donna, agli occhi degli altri, per il fatto di non indossare certi abiti? E perché se lo faccio mi sembra che gli standard della società si alzino sempre di più e io non sarò mai abbastanza femminile come vogliono le riviste/la tv/la pubblicità/chiunque? --> okay, questo forse è un mio problema di percezione del mio corpo.
Eppure io credo di esserlo, femminile dico. Nel modo in cui parlo, mi pongo, mi muovo (se escludiamo un po' di goffaggine) e mi approccio alle persone. Non basta questo?
Perché la femminilità è decisa da qualcosa che nulla c'entra con essa?
Io non giudico un uomo virile/maschio/prestante a seconda di cosa indossa. Sono ben altri gli elementi che mi fanno dire se ha le palle o meno.

Forse sono solo domande inutili. Nel senso che forse sono io a non capire dove sta il punto. Forse, semplicemente, dovrei imparare ad adattarmi e a non sentirmi (quasi) sempre meno delle altre donne.

Non c'è nessun intento polemico, voglio chiarirlo. La mia è solo una riflessione perché, certe volte, se non capisco non sto tanto bene.


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27 giugno 2016

Prima o poi smetterò di scrivere come se avessi sei anni

Un sacco di volte, ulimamente, vorrei scrivere ma non so cosa scrivere. O meglio, ho un vuoto tale in testa che non mi viene in mente nulla di cui parlare se non un mucchio di cose intrecciatissime che non iniziano e non finiscono ma hanno solo un centro intricato e annodato.
Per cui non scrivo, molto semplice.
Ma proprio che non scrivo per nulla. Le mie collaborazioni sono ferme. Le agende vuote. Le note sul cellulare inutilizzate. Mi impegno solo per la lista della spesa.

Questo giugno che, oramai, sta finendo è stato bello, impegnativo e caldo.
In questo giugno, al lavoro, ho conosciuto un sacco di persone interessanti. Ho fatto un sacco di esperienze interessanti e mi sono state dette un sacco di parole interessanti. E belle e lusinghiere.
In questo giugno, sempre al lavoro, abbiamo chiuso il vecchio studio e abbiamo cominciato il trasloco.
In questo giugno, poi, ho completato il tatuaggio al braccio e ho sperimentato l'effetto del sole. Mamma me l'ha sempre detto che il nero attira i raggi.

In questo giugno, infine, non al lavoro, è venuta Poison a trovarmi. Si è bevuta tutto il caffè, ha portato dei biscotti buonissimi e si è sempre svegliata almeno un'ora prima di noi.
Però è stato bello averla in giro.
Abbiamo mangiato, ovviamente, e bevuto.
L'ho portata in tanti bei posticini e lei è venuta al lavoro con me. A Rimini c'era la convention di tatuaggi e sabato ho dovuto lavorare. Però, poi, Poison la sera ci ha offerto la pizza. 
Poi cosa è successo?
Siamo andati a un evento all'Osteria del Povero Diavolo, ristorante stellato (Chef è Piergiorgio Parini) e abbiamo mangiato un sacco di cose strane - tra le quali un gelato di patate al forno, sì - cucinate da tre differenti Chef stellati e degustato qualche vino. Erano 38 in menù, per cui abbiamo saggiamente pensato di non provarli tutti.

Poi, Poison mi ha costretta ad andare al mare. E abbiamo camminato su e giù per la spiaggia come due anziane con i piedi nell'acqua. E abbiamo bevuto un frullato. E parlato di cavolate. Come tutto il resto del tempo, d'altra parte.

E alla fine, ieri, finalmente, se n'è andata.

(Voi non sapete quanto è splendida lei, o forse sì, ma aver avuto il privilegio della sua compagnia è sempre qualcosa di grandissimo).


Ultima volta fuori da quel portone

Braccio finito. Tatuaggio di Christian Hold Fast

Cena incredibile

Anziane al mare

Come se non avessimo mangiato abbastanza



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30 maggio 2016

Quel che accade

E così ce l'abbiamo fatta.
Ci siamo trasferiti.
Sono stati giorni di poco sonno, poco tempo e tante cose. Ma ce l'abbiamo fatta. 


  • Per chi se lo stesse chiedendo: abbiamo la tv.

E l'abbiamo caricata sulla Smart. (Sì, lo so). L'abbiamo presa e ora sono sul divano, guardando un film su Netflix e mangiando liquirizia.

  • Ho i miei libri, i miei quadri e le mie statue di Buddha a ricreare familiarità e poi ho lui e i pop corn a creare casa.
  • Il lavoro va bene. È successo di aver fatto dei complimenti a una cliente per la t-shirt che indossava e che il giorno dopo me la portasse. Comprata apposta per me. Sono questi gesti gratuiti e semplici che cambiano le cose, cambiano gli sguardi e aiutano a credere in chi abbiamo di fronte.
  • Sabato sera abbiamo fatto una cena inaugurale (per la casa) con alcuni amici. Una cena messicana dove abbiamo ha cucinato un sacco di cose, siamo arrivati stravolti alla fine e per la quale siamo stati molto felici. Non so, forse dovrebbe farmi strano essere qui dove sono ma mi sembra naturale. Poi, però, mi dico che se ho avuto l'ansia e l'insonnia per una settimana forse forse il mio corpo sta cercando di dirmi qualcosa. Non so.
  • Ho fatto l'henné. E l'henné mi piace perché, a differenza del resto che mi porto sul corpo, non dura. Lo vedi raggiungere il suo picco di colore e poi svanire sempre di più. E ha un che di catartico pensare che tutto passa.
  • Questa mattina, a colazione, pensavamo a un piccolo viaggetto da poter fare in autunno. Il grande progetto - tre settimane in Cina - è svanito poiché i soldi sono andati nella casa nuova, ma una meta europea possiamo ipotizzarla. Suggerimenti? Escludiamo: Parigi / UK e il Portogallo. Per il resto, aiutatemi! Voi parlate, se poi ci siamo già stati ce ne faremo una ragione.
  • E poi, in questo mese, ho pensato tanto ma trattenuto pochissimo. Ho lasciato che il mondo accadesse attorno a me. Sono uscita a cena, ho bevuto birra, non ho ancora lavato la macchina, ho pensato a mio padre, ho riso con mia madre, ho fatto progetti e invitato persone. Ho messo libri nella lista dei desideri di Amazon, maschere viso nel carrello di uno shop coreano, dato e ricevuto consigli. Mi sono tagliata i capelli, letto pochissimo e coccolato i cani.
E voi?
Ogni tanto mi manca scrivere di più. Ogni tanto mi mancate tutti voi.
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17 maggio 2016

Sono tante le cose che vorrei raccontarti e un giorno lo farò

Avrei dovuto studiare matematica - penso.

Se non fosse che, ancora oggi, non sono in grado di risolvere a mente i calcoli più banali e mi trovo a contare sulle dita. A volte di nascosto perché me ne vergogno. Altre più platealmente. L'autoironia è diventata la mia corazza più spessa. Mi ricordo di quella volta, avrò fatto la quarta superiore, alla lavagna durante l'ora di fisica. Le spalle alla classe e la sensazione costante di essere giudicata: per come mi muovevo, vestivo, pettinavo. La sensazione costante di disagio. Non potevo farmi vedere a contare sulle dita. Cercavo di muoverle lentamente, cercavo un appiglio per non dovermi rifugiare nella mia mente, per non scappare da quella situazione. Muovevo le dita con circospezione quasi a cercare di liberarmi da un nodo troppo stretto con gli occhi del mio aguzzino puntati addosso. Non riuscivo a fare un calcolo semplice. Non riuscivo a vivere, quella è la verità. Ma ancora non lo sapevo. Ancora ero bravissima a fare finta di nulla e a rifugiarmi nella letteratura.


Avrei dovuto studiare matematica.
Sono sempre stata brava a tenere tutto sotto controllo, fin da bambina.
Il numero di dolcetti da mangiare durante la giornata, ad esempio. Sapevo che se li contavo, se non superavo il numero che diligentemente mi ero imposta, sarebbe andato tutto bene. Andare tutto bene, allora, per me, significava non vomitare. Il vomito era mancanza di controllo e io il controllo non volevo perderlo e non potevo permettermi di perderlo. Chi mi dava la sicurezza che il mondo avrebbe continuato a esistere uguale, dopo? E così contavo i dolcetti. A ognuno di loro affidavo un valore: c'erano quelli che valevano un'intera unità e quelli che ne valevano solo metà. Facevo la somma, contavo, li mangiavo o me li negavo a seconda del totale che avevo raggiunto. Mai più di due. Potevo, nell'emergenza, sgarrare di mezza unità. Non mi concedevo altro. I compleanni erano un grosso problema e cercavo di arrivarci preparata dal giorno prima. Se nelle ore precedenti alla festa non avevo raggiunto il tetto massimo di unità, il giorno dopo ne avrei avute a disposizione un numero maggiore. Semplice compensazione. Allora non la chiamavo in questo modo ma la sicurezza dei numeri mi confortava e mi ci affidavo con tutta me stessa, con tutta la fede che una bambina di otto anni è in grado di mettere nei propri pensieri e nei proprio gesti. Il valore magico che si ha di se stessi durante l'infanzia è destinato a sparire dall'incontro con la realtà.
Ho continuato a costruire la mia esistenza con mattoni fatti di cioccolata e pasta per croissant fino alla fine delle scuole elementari, fino a quando il Primo Giorno Zero ha dato una svolta alla mia esistenza.

I Giorni Zero sono quando tutto nella tua vita si ferma e poi riparte. Come quando, in macchina, si imbocca una strada chiusa e si è costretti a ritornare indietro e a cambiare direzione. Come dei post-it che sporgono dalle pagine di un libro a segnare passi degni di nota e fondamentali. La differenza è che per me, I Giorni Zero non sono elementi importanti nella narrazione perché non hanno aggiunto nulla. Hanno solo tolto.

Agire per sottrazione è ciò che più amo ora. La pulizia, l'ordine, il minimalismo. Meno possiedo meno posso perdere. Meno possiedo più controllo posso avere. Sono equazioni molto semplici che mi aiutano a mantenere l'equilibrio quando mi sembra che tutto attorno a me stia crollando. A volte passo interi minuti a osservare le pareti bianche delle mie stanze e a seguirne i contorni e i confini convinta che, prima o poi, una crepa inizierà a prendere vita sotto i miei occhi e che tutto si ridurrà ad un accumulo di macerie. Cerco di immaginare cosa debba significare "ricominciare" di nuovo da capo, senza nulla, senza ricordi. Senza gli oggetti che testimonino la nostra presenza nel mondo e i nostri ricordi, noi esistiamo davvero? Se non avessi fotografie di me da bambina come potrei credere di essere esistita così come mi dicono? I ricordi amplificano il nostro mondo e non sanno essere testimoni oggettivi della realtà.
Quando ero piccola - ma a dire il vero mi succede anche adesso, soprattutto seduta all'aria aperta col sole in viso - perdevo coscienza di me stessa ingarbugliandomi nei miei pensieri sull'esistenza. Riuscivo a rendermi estranea a me stessa aprendo di continuo le scatole cinesi del mio cervello. Ce n'era sempre una più grande che ne conteneva una più piccola. Avanti così, in un gioco potenzialmente infinito. Giocavo a smantellarmi, a ridurmi in pezzettini sempre più piccoli di un enorme tutto, fino a perdere totalmente i confini e a non capire come uscirne. Tornavo, poi, alla realtà di colpo e per un po' sperimentavo una sensazione di vertigine talmente tanto appagante e coinvolgente che tentavo di ricreare a ogni occasione.

Sono stata una bambina felice, fino al Primo Giorno Zero ma, a modo mio, penso di esserlo stata anche dopo. Ero timida ma di una timidezza quasi tenera e affascinante che ancora mi porto appresso, come fosse il vestito migliore. Si tratta di quel genere di timidezza che si mescola con l'insicurezza e non è più possibile, poi, riconoscere quale delle due sia preponderante. Mi sono sempre sentita in difetto e ho la sensazione che sarà sempre così. Non è che non voglia liberarmene o che sia più facile vivere così, non affrontando le cause di questo, ma semplicemente fa parte di quel che sono e ho paura che quel che sono potrebbe cambiare irrimediabilmente. Vivo nel terrore di sgretolarmi da un momento all'altro, che la mente si sfilacci e mi sfugga fra le dita, che il cuore manchi un battito, che il sangue, durante la sistole, si blocchi nella carotide, come è successo il Terzo Giorno Zero. Non è paura di morire, è semplicemente paura di perdere il controllo.

Nel 1988 stavo annegando nella piscina della casa delle vacanze.
Mio nonno mi teneva sulle spalle e camminava nell'acqua che diventava sempre più fonda. Un piede in fallo, forse, la perdita dell'equilibrio e io che finisco sotto. Immagino sia stato per poco ma ho un ricordo molto nitido di quel momento e nella mia testa sembra essere durato ore: ci possiamo fidare dei ricordi, quindi? Guardavo il fondo, con il cloro a bruciarmi gli occhi, con la voglia di respirare e con l'istinto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, me lo impediva. Trattieni. Controlla. Senti i battiti del cuore nelle orecchie. Ordinati. Precisi. Violenti. Impara l'ordine. Impara la disciplina. Impara a resistere: al dolore, ai giudizi, alle parole, al tempo che passa, agli aghi nella pelle, alle brutte notizie, ai treni troppo freddi, ai treni troppo caldi, alla solitudine e alla troppa gente. E poi mio nonno mi ripesca. Letteralmente. Prendendomi per il costume, mi solleva come fossi un piccolo animale, e ricomincio a respirare. Non piango. Me ne sto in silenzio, qualche colpo di tosse, a osservare il mondo attorno diventare lentamente nitido. Guardo il cielo. C'è ancora.
Guardo la terra. Anche lei è lì.
Guardo i miei piedi, le mani, le dita: ci sono, ci sono e ci sono anche loro.
Sbatto gli occhi. Respiro. Una due tre volte. Tutto è ancora al proprio posto. L'ordine sembra essersi conservato. Posso camminare allo stesso modo, parlare come ho sempre fatto, esistere nel modo che conoscevo.

Nel 1988, per la prima volta, ho perso il controllo e ho capito di poter sopravvivere.


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24 aprile 2016

Non sono scopabile? Va bene, non sono qui per essere scopata

Maybe, I'm not fuckable. That's fine, I'm not for you to fuck. - Diane Goldie
Ogni tanto capita. Che ci penso, dico, a quando volevo piacere a qualcuno ma erano sempre le altre e mai io. Avete presente l'amica simpatica dei film? Ecco. Non sono mai stata quella carina, quella che tutti volevano, quella un po' femmina-oca che giocava per farsi desiderare. Non ci riuscivo. Un po' per mancanza di evidenti caratteristiche e un po' perché, semplicemente, non sono così. Eppure, ogni tanto, sarebbe piaciuto anche a me capire come ci si sente a essere considerate belle. A essere considerate scopabili. A sentirsi potenti. Essere oggettivizzata, all'epoca, non mi sembrava poi così male. Insomma, sono qui, guardatemi, datemi attenzioni.
Ma non è mai successo, e questo ha contribuito a rendermi ciò che sono. Alternativamente sicura ma con una valanga di insicurezze. Ma non mi dispiace.
È che io non ho mai saputo bene come ci si aspetta che una ragazza si comporti con un ragazzo. E quindi, prima di tutto, ho sempre messo davanti l'amicizia. 
È che non ho mai capito bene, poi, se sono in grado di essere femminile. Nemmeno ora lo so. Voglio dire, sì, sono oggettivamente una donna, la mia biologia lo conferma: sono umorale, ho le tette, e guido male giusto per giocare un po' con gli stereotipi, ma sono femminile? Non lo so. Perché forse scambio la femminilità per una forma estetica e non per qualcosa di interiore. Mi guardo con i miei jeans, le mie t-shirt e le mie sneaker e mi sembra di essere ciò che di più lontano possa esistere dall'essere considerata donna. Il fatto è che non so essere altrimenti.
Ma poi le invidio io le altre donne. E le ammiro. Perché non si scoprono, non dicono, fanno pendere tutti dalle loro labbra, fanno le femmine. Hanno i tacchi. I capelli lunghi e sono bellissime nel loro essere figlie e troie. Io son tutto il contrario: mi dò subito, racconto, parlo, mi scopro, divento una sorella. Gioco, certo, insinuo e provoco ma perché sono una cazzona e mi piace questo gioco delle parti. Poi però non metto i tacchi perché sono troppo alta e porto i capelli corti perché quelli lunghi mi imbarazzerebbero. 
Sono goffa e inciampo e mi lecco le dita dal sale delle patatine e mi attacco il cucchiaino del gelato sul naso e mangio caramelle.
Ma le altre lo fanno? No perché a me sembrano sempre tutte così perfette, così al loro posto. Così padrone. Io, invece, ho sempre qualcosa che mi rende inquieta come il mascara che sbava, le mutande tra le chiappe, i capelli che fanno quello che vogliono. La borsa che mi si incastra, la sciarpa che mi si annoda, la maglia che sale, le tette che escono, il cuore che mi muove. Gli occhi che scrutano. Le mani che cercano.

Ogni tanto, ancora succede di volermi sentire scopabile. Ma solo ogni tanto, perché poi mi rendo conto che non è quello che mi interessa, ma mi sta a cuore solo la sensazione di sicurezza che ne deriverebbe.
Chissà se imparerò a stringermi ed espandermi con un quasi controllo. Chissà se sarà per difesa, chissà se sarà per consapevolezza acquisita. Forse non sarà affatto.


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11 aprile 2016

Saper scrivere, credo.

Non c'è un passato di scelte sbagliate, ma di scelte evitate.
Saper scrivere, credo, consentirebbe alla mia pacata rabbia di esplodere in qualcosa di leggibile. A disturbare la quiete. Saper scrivere, credo, mi servirebbe a uccidere tutte le scelte evitate a ogni lettera, come nessuno ha potuto mai, perché nessuno, al limite della decenza, avrebbe permesso di affidar loro il potere assoluto dell'umore, della scansione precisa delle ore. È strano, c'è gente che passa la vita a sopportare e perdonare gli altri. E poi ci sono persone che, invece, passano la vita a sopportare e perdonare se stesse.


Ridatemi i miei undici anni. Quando c'è stato il giorno più brutto.
Ridatemi i miei tredici anni quando tutt'attorno era cattiveria.
Ridatemi i miei diciassette anni quando il disagio mi mangiava.
Ridatemi i miei vent'anni quando mi avete illusa.
Ridatemi le scelte evitate. Per far decidere a me, questa volta, di evitarle.


E tu, tu appoggia pure le tue gambe su di me. Io sarò anche in equilibrio su un solo piede ma lo vedi che sopravvivo a tutto?



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4 aprile 2016

Here comes April again

Questo non sarà uno di quei post in cui non vi racconto niente e scrivo cose e di cose che nemmeno io, poi, a conti fatti, capisco e mi spiego bene. Sarà un post così, di come non ne scrivo da tempo, che tira un po' le somme di questi due mesi in cui ho scritto poco e detto nulla.

Sono diventata pigra. Vorrei scrivere di più e leggere di più ma i tempi sono stretti e c'è sempre qualcosa di mentalmente meno impegnativo che attira la mia attenzione: mangiare, parlare, cazzeggiare in Internet, guardare film o serie tv a caso. O pensare a come mettere i mobili nella nuova casa.

  • Ci trasferiamo, sì. Momentaneamente siamo a casa dei genitori di Lui, in attesa che quella che sarà casa nostra sia agibile. Ci sono ancora un po' di lavoretti da fare e i mobili devono ancora arrivare ma prosegue. Giugno dovrebbe vederci là, a poterci scaccolare liberamente senza nessuno attorno. Ieri abbiamo cominciato a fare un po' di pulizie ovvero abbiamo cominciato a togliere i centimetri di polvere accumulatasi per i vari lavori. Penso che lo straccio dovrò passarlo in eterno per ottenere un minimo di cambiamento. Però sono contenta. Lo siamo entrambi. Abbiamo preso la lavatrice, il microonde, la scopa elettrica e la brocca per l'acqua. Sì lo so, non abbiamo ancora preso il tavolo o il divano o un mobile soggiorno ma la brocca sì. Oh, priorità. Arriverà anche il resto. Siamo molto indecisi sulla TV. Prenderla o meno? Grandi misteri. Risolveremo anche questa. Sarà bello.
  • Questa mattina ho consegnato l'anticipo per la macchina. Oh rendetevi conto. Io. La macchina. Mi sono presa una Smart usata, dopo tanta ricerca e peregrinare, ne ho trovata una con una serie di caratteristiche positive (meccanicamente parlando) e, in teoria, questa settimana dovrei ritirarla. So che ai più fa cagare e i più mi chiedono quando mi comprerò una macchina vera ma a me piace, è piccola, al cambio automatico e mi fa sentire tranquilla. Per cui mi basta.
  • Sono due mesi ormai che ho cominciato il nuovo lavoro. E sono felice. Tanto. Vado al lavoro serena, mi piace, rido tanto e mi diverto pure certe volte. Direi che i lamenti sono banditi. Certo la gente rompe, non è tutto semplice, a volte vorrei essere al parco a scrivere o leggere, è un po' lontano da casa ma... sono felice e mi pare possa bastare.
  • Ho iniziato un nuovo tatuaggio. Grande festa.
  • Non è sempre facile convivere con la distanza dai miei genitori: i pensieri per mia mamma da sola, la tristezza per mio babbo in Casa di Riposo. Ci provo. A volte va bene. A volte sono triste. A volte mi arrabbio e mi sembra tutto ingiusto. Mi manca mio padre per com'era. Mi manca la serenità di mia mamma. Mi manca saperli insieme e non dovermi preoccupare di e per loro. Ma la vita è diversa da come me l'ero immaginata e non resta che farsela andare bene.
La primavera mi stronca. Vorrei sempre dormire. La mia mente è allineata con un clima tiepido ma è freddo, il mare grigio e le spiagge ancora in assetto invernale. Eppure ho sonno. Forse devo solo aspettare di sbocciare.


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24 marzo 2016

Questo ve lo volevo dire

Non scrivo da molto, lo so.
Ma ci sono tante cose che sono il lavoro, l'amore, la casa nuova, gli spazi che ho bisogno di prendermi, la perdita di tempo, la spiaggia con il vento, il treno verso casa ogni tanto, i libri che sono sempre troppo pochi e le scuse a milioni e insomma, alla fine, scrivo nella mia testa e non qui.

Però sto bene, questo ve lo volevo dire.


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29 febbraio 2016

Ogni volta che posso mi siedo di fronte allo specchio

Ci siamo innamorati subito. A prima (s)vista. La cosa più bella e pulita che io possa provare. Quando mi abbracci conosco parole che non sono parole.
Eppure io non ho bisogno di parole giuste, e lo sai. Ciò che conta sono i tempi giusti, gli sguardi giusti, i sorrisi giusti. Perché uno ci prova a riallacciare i rapporti ma c'è un punto, quello in cui non ci sono né parole né tempi giusti, in cui ti stanchi. E allora l'unica cosa che riallacci sono le scarpe. Per andartene via. Come se avessimo bisogno di un'altra canzone di merda con la pioggia dentro, poi. Ché le persone non sono come le magliette che puoi scegliere quando indossarle per non rovinarle o farle sbiadire. E se abbiamo gli occhi solamente davanti un motivo ci sarà. Anche se smettere di toccarsi le cicatrici è molto più difficile che sgombrare se stessi dalle macerie. È che è colpa della memoria che congela e scongela rallentando la digestione e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati. Per questo mi piacciono gli abbracci. Sono ricomposizione. Fine della mancanza di qualcuno. Come il tenersi per mano. Mantenersi è il mio verbo preferito, infatti.
Chissà se le hai lette le mille cose che ho scritto su di te. Ti ho lasciato ovunque. E il caos che mi si scatena dentro mentre ti aspetto. I pavimenti consumati.
Fino all'ultimo resto di noi, io resto.


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11 febbraio 2016

This is (not) a love story

- Tu hai capito che sono capricciosa?
- Sì.
- E quindi?
- E quindi questo.


E, al tempo stesso, quando ci parliamo dormiamo, dormiamo, dormiamo.
Con le guance schiacciate al cuscino, con le braccia che sembrano rami.
Scomposti. Invertebrati?
Un tempo, forse.

Un giorno mi hai detto che sono bella come l'odore di crema. Ché, per te, l'odore è bello, non buono. Ti amo da quella volta mi sa. E forse potrei amarti meglio, ma non di più.
In pochi mi piacciono, ma mi piacciono fortissimo.
E quando ti penso, a volte, quando ti penso mi viene un po' da piangere. Mi viene molto da amare.


- Sono decisamente un'ora felice - penso.
- E ho due cose da darti - dico - un culo e un cuore.


Ché bisognerebbe dare più il culo e parlare di meno.
Meno male che abbiamo gli occhi, la bocca, la lingua, la fica e il resto.
Meno male.
Se avessimo solo le parole saremmo un gran casino, io credo.


Ma io devo essere proprio diversa da me, alle volte, per essere come sono.
Perché se fossi sempre uguale a me non penso mi capiresti, non penso mi ameresti.


Tu mi dici amami.
Io ti dico innamorami.
Amiamoci.
È un dis-Ordine.


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1 febbraio 2016

Febbraio è un nuovo inizio




Era più bello quando la gioia era solo gioia e non si mescolava a preoccupazione. Era più bello quando le mie responsabilità iniziavano e finivano con me. Però troveremo il bello anche sotto questi cieli noncuranti perché i cambiamenti, mi insegnano, sono anche ricchezza.
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26 gennaio 2016

Che fregatura diventare grandi

A volte mi manca la tarda adolescenza quando riuscivo a sentirmi così pienamente felice, così parte del tutto, così infinito, così piena di futuro.
Quando si diventa grandi succede una cosa strana: si riesce a essere felici senza essere pienamente sereni ché c'è sempre qualcosa che preoccupa, graffia, bussa e si tiene ben in disparte ma presente.

Succede a me, quotidianamente, e ancora di più in questi giorni. Ho trovato lavoro a Rimini, un lavoro di cui sono davvero, davvero infinitamente contenta ma, ovviamente, mi sento in colpa e sono preoccupata e mi dispiace lasciare mia mamma qui, da sola. Ovviamente vado, ovviamente scelgo me e la mia vita e ovviamente questo non significa amare i miei genitori di meno ma amare anche me. Ma ovviamente non è facile per niente.
Essere felici ma essere al contempo preoccupati.
Che fregatura diventare grandi.




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17 gennaio 2016

Il coltello del pane, nonostante tutto

Stamattina mi sono tagliata con il coltello del pane. Ero distratta. Pensavo al movimento, alle finestre delle case, all'anarchia dei sentimenti mentre una tavoletta di cioccolata bianca si scioglieva nel forno a microonde. Poi ne ho mangiati due cucchiai mentre toglievo gli shortbread dal forno e mi riappacificavo con me stessa e le mie malinconie.

I primi giorni di gennaio sono scivolati via piuttosto serenamente e mi ritrovo qui col mio dito incerottato, una pila di libri di fianco e il minestrone a cuocere in cucina.
Dovrei fare il punto della situazione, vero? Non scrivo un post senza introspezione da troppo e ogni tanto, raccontarvi un po' di me e della mia parte normale perché giuro (!) c'è anche quella, mi fa piacere. Mi alleggerisce. Guarda se uno deve ammalarsi di troppo pensare. Rasento il ridicolo.

Ho fatto un po' di shopping, poca roba in realtà ma, ovviamente, niente di quel che ho acquistato mi serviva veramente. Ma penso sia questo lo spirito giusto con il quale affrontare i saldi.
Non mi servivano: una borsa, dell'intimo, un paio di jeans, un maglioncino nero e argento (che il 2016 mi faccia aprire verso altri colori?), un ombrellino, una sciarpa, una magliettina con un collettino bellissimo e un vestitino che mi sta incredibilmente bene. Ma un sacco. Tanto da guardarmi allo specchio ed esclamare: "Anvedi che fregna!".
Mi servivano, però, giuro, dei pigiama. Io sono ancora di quelle che dormono coi piagiama, sì. Ma quanto sono belli?


Ho anche comprato una delle ultime creazioni di Pretty In Mad. Di Erika vi avevo già parlato lo scorso anno e si potrebbe parlare di lei all'infinito. Professionale, gentilissima e attentissima alla cura e all'apparenza e alla qualità dei suoi prodotti. Con l'inizio del nuovo anno ha proposto una variazione di uno dei suoi articoli più belli: la pouch. Ovvero, in questo caso, una bustina comodissima per la borsa e per non disperdere tutte le stronzate che mi porto sempre appresso. La novità sta nel fatto che sulla bustina viene ricamata la propria personale WOTY (word of the year) parola dell'anno. Quella parola che vuoi sia rappresentativa del 2016. Nessun proposito quindi ma semplicemente qualcosa che possa ispirare e rappresentare chi la sceglie.



Questa è la mia. Neverthless. Nonostante tutto. Perché nonostante tutto io cerco di essere felice.
E per me è la conquista più grande quella di non mollare, quella di provarci comunque. Nonostante tutto.

Poi è successo che lui mi ha portata a Cambridge quattro giorni. Così, dal nulla, a trovare un nostro amico la cui visita rimandiamo da tre anni. Da quando lui si è trasferito là per lavoro.
Lui mi ha chiamata un giorno a inizio anno e mi ha detto: ti va bene partire il 9? Prenoto. E io per dove? Boh, sì, grazie. Così siamo andati. E io mica c'ero mai stata in UK. Avrò anche visto la giungla e attraversato il Golden Gate Bridge in bicicletta ma lassù non ero mai andata.
Sono stati belli quei giorni. Fatti di pioggerellina fine, di lunghe passeggiate lungo il Cam, il fiume che attraversa Cambridge, di biscotti, vino e giochi di carte francesi conosciuti grazie alla fidanzata francese del nostro amico.
Cambridge mi è piaciuta moltissimo.


Con quel suo aspetto di libro vecchio e di letteratura che apre il cuore.

Londra invece, non so. Ci siamo stati solo una giornata e mi rendo conto che sia troppo poco per farsi un'idea e per esprimere un'opinione. Ma nei viaggi a me capita così: innamoramenti fulminei e istantanei o un pacato rispetto corredato dal riconoscimento di una bellezza (o bruttezza) oggettiva. E con Londra è stato così. Bella. Bella lo è, è innegabile. Maestosa, colorata ma allo stesso tempo grigia e opaca. E bella sì. Ma non mi sono innamorata. Il mio cuore non ha fatto quel click che a volte mi capita di sentire.


E poi.

Poi è passato il 7 gennaio ed è stato un anno che babbo è lontano da casa. Ed è strano a volte pensarci. La sensazione, a volte, è quella che lui sia sempre stato così com'è. Come se non fosse stato altro. E ogni volta che mi imbatto in una fotografia del prima, bam, come un pugno mi ricordo che lui era altro da quel che è adesso. Che c'è stato un prima in cui lui era un'altra persona, che aveva una vita indipendentente e non lo so, è difficile da spiegare. Sembra la storia di qualcun altro. Sembra un'altra vita.
Ma va bene così. Non può che andare bene così. Nonostante tutto.

E poi.
Poi mi sa che ho deciso di chiudermi i lobi e di dire addio alle dilatazioni.
C'è un prima per tutti.
Ma c'è anche un dopo.
E anche i dopo possono essere felici quanto i prima.
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3 gennaio 2016

2016, nonostante tutto

Il 2015 si è concluso in questo modo:


Vecchia: "Scende per la messa?"
Mio padre: "No, scendo a leggere".
Vecchia: "Come? Dire le preghiere fa guarire".
Mio padre: "Dio non esiste. Io credo nella scienza". 

E io mi sono resa conto, una volta di più, di essere proprio figlia di mio padre. Ed è una cosa, per certi versi, meravigliosa. Per altri meno, ma i genitori non sono perfetti. Mi pare assodato.

Non ho fatto nessun tipo di buon proposito per questo nuovo anno, come per tutti gli altri anni a dire il vero. Non credo nel fare affermazioni che nel giro di qualche giorno vengono dimenticate. Mi piace ricordarmi quotidianamente di ciò che voglio e di dove voglio andare. Non che funzioni meglio come antidoto alla pigrizia, agli imprevisti e alla vita, ma qualcosa in più ottengo. E in quest'ultimo anno fra le cose che ho imparato e scordato, una mi è rimasta bene impressa ed è proprio questa. Ottenere qualcosa. Accontentarsi di ciò che si trova sul percorso. Dei piccoli passi. Del singolo mattone. Puntare al piccolo per arrivare al grande. Collezionare i dettagli per ottenere il tutto. Ché se lo si vuole subito e completamente mica ci si riesce. Ormai è quasi passato un anno dall'ictus di papà (7 gennaio) e penso, in un certo senso, di essere riuscita a dare una forma a questa cosa. Il 2015 mi ha anche portato via il lavoro e mi ha regalato due colloqui. Su uno possiamo ancora sperare e fare affidamento. Mi ha anche regalato la possibilità concreta di stabilirmi con lui in una casa nostra. Vera! E nel 2016 ci si lavorerà bene. Mi ha anche donato l'idea per un nuovo viaggio il prossimo autunno, in Cina, ma vedremo se sarà realizzabile. I progetti per il nuovo anno sono molti e come ci hanno insegnato da bambini ci tocca scegliere ché non possiamo avere tutto. E prima di ogni cosa mi servirebbe un lavoro - particolare non trascurabile.

Sono passati veloci questi ultimi giorni dell'anno tra qualche cena con annessi parenti a criticare la swastika che portavo al collo, pranzo di Natale in casa di riposo con mio babbo a ingozzarci di cibo e Capodanno con lui a brindare a noi con la speranza di essere sempre così scemi.
C'è stato anche Milano, nel mezzo. Milano con lui a conoscere la mia altra metà di mondo. Il mio passato più bello. Il mio ex coinquilino tornato dal Canada per trascorrere le vacanze con la famiglia. E finalmente li ho fatti conoscere. E finalmente la mia famiglia era tutta insieme. Una giornata da turisti io e lui, a spasso per la città e i musei, una serata bizzarra con gli amici di ieri e con un'amicizia che non si concluderà mai nonostante la distanza. Guardarsi e riconoscere e ritrovare gli stessi modi di dire e le stesse dinamiche di ormai nove anni fa.

E quindi credo di essere contenta. Sì. Nonostante mio padre. Nonostante il lavoro. Nonostante la solitudine. Credo che, nonostante tutto, ne sia valsa la pena di arrivare fin qui.
Sarà che a modo mio riesco sempre a trovare i diamanti in un mare di vetro.

Buon 2016.


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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.

Il passato è una terra straniera

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