17 maggio 2016

Sono tante le cose che vorrei raccontarti e un giorno lo farò

Avrei dovuto studiare matematica - penso.

Se non fosse che, ancora oggi, non sono in grado di risolvere a mente i calcoli più banali e mi trovo a contare sulle dita. A volte di nascosto perché me ne vergogno. Altre più platealmente. L'autoironia è diventata la mia corazza più spessa. Mi ricordo di quella volta, avrò fatto la quarta superiore, alla lavagna durante l'ora di fisica. Le spalle alla classe e la sensazione costante di essere giudicata: per come mi muovevo, vestivo, pettinavo. La sensazione costante di disagio. Non potevo farmi vedere a contare sulle dita. Cercavo di muoverle lentamente, cercavo un appiglio per non dovermi rifugiare nella mia mente, per non scappare da quella situazione. Muovevo le dita con circospezione quasi a cercare di liberarmi da un nodo troppo stretto con gli occhi del mio aguzzino puntati addosso. Non riuscivo a fare un calcolo semplice. Non riuscivo a vivere, quella è la verità. Ma ancora non lo sapevo. Ancora ero bravissima a fare finta di nulla e a rifugiarmi nella letteratura.


Avrei dovuto studiare matematica.
Sono sempre stata brava a tenere tutto sotto controllo, fin da bambina.
Il numero di dolcetti da mangiare durante la giornata, ad esempio. Sapevo che se li contavo, se non superavo il numero che diligentemente mi ero imposta, sarebbe andato tutto bene. Andare tutto bene, allora, per me, significava non vomitare. Il vomito era mancanza di controllo e io il controllo non volevo perderlo e non potevo permettermi di perderlo. Chi mi dava la sicurezza che il mondo avrebbe continuato a esistere uguale, dopo? E così contavo i dolcetti. A ognuno di loro affidavo un valore: c'erano quelli che valevano un'intera unità e quelli che ne valevano solo metà. Facevo la somma, contavo, li mangiavo o me li negavo a seconda del totale che avevo raggiunto. Mai più di due. Potevo, nell'emergenza, sgarrare di mezza unità. Non mi concedevo altro. I compleanni erano un grosso problema e cercavo di arrivarci preparata dal giorno prima. Se nelle ore precedenti alla festa non avevo raggiunto il tetto massimo di unità, il giorno dopo ne avrei avute a disposizione un numero maggiore. Semplice compensazione. Allora non la chiamavo in questo modo ma la sicurezza dei numeri mi confortava e mi ci affidavo con tutta me stessa, con tutta la fede che una bambina di otto anni è in grado di mettere nei propri pensieri e nei proprio gesti. Il valore magico che si ha di se stessi durante l'infanzia è destinato a sparire dall'incontro con la realtà.
Ho continuato a costruire la mia esistenza con mattoni fatti di cioccolata e pasta per croissant fino alla fine delle scuole elementari, fino a quando il Primo Giorno Zero ha dato una svolta alla mia esistenza.

I Giorni Zero sono quando tutto nella tua vita si ferma e poi riparte. Come quando, in macchina, si imbocca una strada chiusa e si è costretti a ritornare indietro e a cambiare direzione. Come dei post-it che sporgono dalle pagine di un libro a segnare passi degni di nota e fondamentali. La differenza è che per me, I Giorni Zero non sono elementi importanti nella narrazione perché non hanno aggiunto nulla. Hanno solo tolto.

Agire per sottrazione è ciò che più amo ora. La pulizia, l'ordine, il minimalismo. Meno possiedo meno posso perdere. Meno possiedo più controllo posso avere. Sono equazioni molto semplici che mi aiutano a mantenere l'equilibrio quando mi sembra che tutto attorno a me stia crollando. A volte passo interi minuti a osservare le pareti bianche delle mie stanze e a seguirne i contorni e i confini convinta che, prima o poi, una crepa inizierà a prendere vita sotto i miei occhi e che tutto si ridurrà ad un accumulo di macerie. Cerco di immaginare cosa debba significare "ricominciare" di nuovo da capo, senza nulla, senza ricordi. Senza gli oggetti che testimonino la nostra presenza nel mondo e i nostri ricordi, noi esistiamo davvero? Se non avessi fotografie di me da bambina come potrei credere di essere esistita così come mi dicono? I ricordi amplificano il nostro mondo e non sanno essere testimoni oggettivi della realtà.
Quando ero piccola - ma a dire il vero mi succede anche adesso, soprattutto seduta all'aria aperta col sole in viso - perdevo coscienza di me stessa ingarbugliandomi nei miei pensieri sull'esistenza. Riuscivo a rendermi estranea a me stessa aprendo di continuo le scatole cinesi del mio cervello. Ce n'era sempre una più grande che ne conteneva una più piccola. Avanti così, in un gioco potenzialmente infinito. Giocavo a smantellarmi, a ridurmi in pezzettini sempre più piccoli di un enorme tutto, fino a perdere totalmente i confini e a non capire come uscirne. Tornavo, poi, alla realtà di colpo e per un po' sperimentavo una sensazione di vertigine talmente tanto appagante e coinvolgente che tentavo di ricreare a ogni occasione.

Sono stata una bambina felice, fino al Primo Giorno Zero ma, a modo mio, penso di esserlo stata anche dopo. Ero timida ma di una timidezza quasi tenera e affascinante che ancora mi porto appresso, come fosse il vestito migliore. Si tratta di quel genere di timidezza che si mescola con l'insicurezza e non è più possibile, poi, riconoscere quale delle due sia preponderante. Mi sono sempre sentita in difetto e ho la sensazione che sarà sempre così. Non è che non voglia liberarmene o che sia più facile vivere così, non affrontando le cause di questo, ma semplicemente fa parte di quel che sono e ho paura che quel che sono potrebbe cambiare irrimediabilmente. Vivo nel terrore di sgretolarmi da un momento all'altro, che la mente si sfilacci e mi sfugga fra le dita, che il cuore manchi un battito, che il sangue, durante la sistole, si blocchi nella carotide, come è successo il Terzo Giorno Zero. Non è paura di morire, è semplicemente paura di perdere il controllo.

Nel 1988 stavo annegando nella piscina della casa delle vacanze.
Mio nonno mi teneva sulle spalle e camminava nell'acqua che diventava sempre più fonda. Un piede in fallo, forse, la perdita dell'equilibrio e io che finisco sotto. Immagino sia stato per poco ma ho un ricordo molto nitido di quel momento e nella mia testa sembra essere durato ore: ci possiamo fidare dei ricordi, quindi? Guardavo il fondo, con il cloro a bruciarmi gli occhi, con la voglia di respirare e con l'istinto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, me lo impediva. Trattieni. Controlla. Senti i battiti del cuore nelle orecchie. Ordinati. Precisi. Violenti. Impara l'ordine. Impara la disciplina. Impara a resistere: al dolore, ai giudizi, alle parole, al tempo che passa, agli aghi nella pelle, alle brutte notizie, ai treni troppo freddi, ai treni troppo caldi, alla solitudine e alla troppa gente. E poi mio nonno mi ripesca. Letteralmente. Prendendomi per il costume, mi solleva come fossi un piccolo animale, e ricomincio a respirare. Non piango. Me ne sto in silenzio, qualche colpo di tosse, a osservare il mondo attorno diventare lentamente nitido. Guardo il cielo. C'è ancora.
Guardo la terra. Anche lei è lì.
Guardo i miei piedi, le mani, le dita: ci sono, ci sono e ci sono anche loro.
Sbatto gli occhi. Respiro. Una due tre volte. Tutto è ancora al proprio posto. L'ordine sembra essersi conservato. Posso camminare allo stesso modo, parlare come ho sempre fatto, esistere nel modo che conoscevo.

Nel 1988, per la prima volta, ho perso il controllo e ho capito di poter sopravvivere.


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22 commenti:

  1. in qualche modo si sopravvive sempre.....
    e' il vivere che è più complicato a sopravvivere.

    ciao cara.

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    1. Esatto. Ti accorgi sempre dopo di essere sopravvissuto, convinti come siamo che ci sgretoleremo.

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  2. io più cose ho, più ne voglio.
    mi sento io solo accumulando roba, trattenendo negli spazi esempi di me che dilatano la sensazione che io possa essere infinito a tratti, l'ampliarsi assoluto della continuazione di me in me...
    assurdità, no?
    il vacuo premio della mia superficialità Mare... e con esso anche la paura della fine, che conosco, ed ho amato per allontanarla

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    1. In questa nostra opposizione siamo profondamente simili, secondo me. Con modalità diverse ma sembra quasi che tutti abbiamo le stesse paure.

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    2. penso sia vero
      e so di esserne lusingata

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  3. Io ho deciso di essere me stessa perdendomi, una navicella spaziale che per volare sempre più lontano deve perdere pezzi per alleggerirsi.
    Non so se potrò tornare indietro così persa come sarò. Non so nemmeno se quello che mi sto lasciando alle spalle è davvero superfluo come spero. Ogni mio giorno zero ho perso qualcosa o qualcuno nel mio mondo fuori, e ho lasciato andare qualcosa nel mio mondo dentro: un difetto a volte, una qualità più spesso.
    Finché posso raccontarlo è indubbio che sono sopravvissuta ma a volte ho la paura che a sopravvivere sia solo un'ombra di me stessa.
    E le seghe mentali, quelle proprio per sempre e in eterno.

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    1. Le seghe mentali sono probabilmente l'ultima cosa che lanceremo nello spazio.
      Non lo nemmeno io se, alla resa dei conti, il peso di quel che ho lasciato mi schiaccerà però uno ci prova a (soprav)vivere. Come può.

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  4. "Meno possiedo meno posso perdere." è diventato un mantra negli ultimi anni, forse perché il mio Giorno Zero è avvenuto un po' più in età "adulta", forse perché da bambino ero abituato che i dolcetti dovevo mangiarli tutti una volta, perché ero (sono) un bambino grasso e ingordo e perché altrimenti se li mangiavano gli altri. Ecco son cresciuto così e poi tutto è cambiato, ma la terra era ancora lì, e il cielo e tutto l'ambaradan.
    Chiunque sopravvive, anche se non lo vuole ammettere.

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    1. Questa necessità continua di "amore", legittimazione, visibilità cercata col cibo, il controllo, la timidezza o l'euforia... siamo sempre tutti uguali. Per me è pazzesco.

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  5. Oggi ti ho pensata, sai?
    Ho avuto un attimo di crisi e ho pensato a te che quando vai nel panico fissi le porte. Questa volta ho fissato il soffitto. Ho fatto l'elenco delle cose belle nella mia vita cercando, invano, di dimostrare a me stessa che qualcosa di bello c'è.
    Penso di avere vissuto due Giorni Zero realmente. Oggi temevo di dover affrontare il terzo. Continuo ad avere la sensazione di averlo solo rimandato.

    E poi, spero che un giorno io e te possiamo parlare a tu per tu. Immagino tante parole e anche tanti pianti. <3

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    1. Un giorno accadrà. Ce la faremo e guardandoci negli occhi ci riconosceremo. A modo nostro, simile ma diversissimo, ci somigliamo e ne ho la conferma ogni volta che ti leggo.

      Le cose belle ci sono. A volte non bastano. Ma non scordartele.

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  6. Tutte le volte rimango affascinata da quanto il nostro corpo, se lasciato fare, si comporti e reagisca esattamente come dovrebbe essere. Puro istinto. A volte mi piacerebbe provare ad essere solo ed esclusivamente puro istinto e vedere come va.
    Io non me li ricordo i miei giorni zero, molto probabilmente non ho avuto degli episodi di transizione così netti, forse solo un lento defluire da uno stato di coscienza all'altro. Ultimamente, più che mai, mi sento acqua.

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    1. A volte ci sta essere acqua. Non opporre resistenza. Prendere la forma di ciò che ci contiene. Forse anche questo è un modo per (soprav)vivere.

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  7. Siccome sono una cialtrona non commenterò questo post (che è bellissimo anche se mi ha intristito molto), ma ti chiedo: non è che potresti mettere un carattere ancora più piccolo e un grigio ancora più chiaro? così i tuoi post posso farmeli leggere direttamente dal cane guida!!!! ♥♥♥

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    1. Ahahahaha! Ma è così bello! E poi il cane guida sarebbe un amore!

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  8. Agire per sottrazione in modo da avere poco da perdere. Credo sia solo un cercare di sopravvivere rimanendo tutti interi, per evitare di sgretolarsi ogni volta. Per certi versi è un po' da pessimista, e' come vivere in attesa di un nuovo Giorno Zero, ma dal mio punto di vista e' solo conoscere bene cosa ci fa davvero male, e fare in modo di essere preparati.

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    1. Sono solo strategie per vivere serena. A modo loro piccoli trucchi per stare bene.

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  9. Nel 1988 stavi annegando. Però sarebbe bene annegare un po' ogni giorno. Per rivedere con occhi diversi luce, aria e terra...

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    1. Ma forse non lo facciamo già?

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    2. Io ho messo maschera e boccaglio. Eccheccazzo.

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  10. Ti leggo e mi manchi.
    Non so cosa scrivere perché è tanto, troppo, che io e te non ci diciamo più.
    Però ti voglio bene, sempre.

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    1. Eppure basterebbe così poco. Ti stringo.

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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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