30 maggio 2016

Quel che accade

E così ce l'abbiamo fatta.
Ci siamo trasferiti.
Sono stati giorni di poco sonno, poco tempo e tante cose. Ma ce l'abbiamo fatta. 


  • Per chi se lo stesse chiedendo: abbiamo la tv.

E l'abbiamo caricata sulla Smart. (Sì, lo so). L'abbiamo presa e ora sono sul divano, guardando un film su Netflix e mangiando liquirizia.

  • Ho i miei libri, i miei quadri e le mie statue di Buddha a ricreare familiarità e poi ho lui e i pop corn a creare casa.
  • Il lavoro va bene. È successo di aver fatto dei complimenti a una cliente per la t-shirt che indossava e che il giorno dopo me la portasse. Comprata apposta per me. Sono questi gesti gratuiti e semplici che cambiano le cose, cambiano gli sguardi e aiutano a credere in chi abbiamo di fronte.
  • Sabato sera abbiamo fatto una cena inaugurale (per la casa) con alcuni amici. Una cena messicana dove abbiamo ha cucinato un sacco di cose, siamo arrivati stravolti alla fine e per la quale siamo stati molto felici. Non so, forse dovrebbe farmi strano essere qui dove sono ma mi sembra naturale. Poi, però, mi dico che se ho avuto l'ansia e l'insonnia per una settimana forse forse il mio corpo sta cercando di dirmi qualcosa. Non so.
  • Ho fatto l'henné. E l'henné mi piace perché, a differenza del resto che mi porto sul corpo, non dura. Lo vedi raggiungere il suo picco di colore e poi svanire sempre di più. E ha un che di catartico pensare che tutto passa.
  • Questa mattina, a colazione, pensavamo a un piccolo viaggetto da poter fare in autunno. Il grande progetto - tre settimane in Cina - è svanito poiché i soldi sono andati nella casa nuova, ma una meta europea possiamo ipotizzarla. Suggerimenti? Escludiamo: Parigi / UK e il Portogallo. Per il resto, aiutatemi! Voi parlate, se poi ci siamo già stati ce ne faremo una ragione.
  • E poi, in questo mese, ho pensato tanto ma trattenuto pochissimo. Ho lasciato che il mondo accadesse attorno a me. Sono uscita a cena, ho bevuto birra, non ho ancora lavato la macchina, ho pensato a mio padre, ho riso con mia madre, ho fatto progetti e invitato persone. Ho messo libri nella lista dei desideri di Amazon, maschere viso nel carrello di uno shop coreano, dato e ricevuto consigli. Mi sono tagliata i capelli, letto pochissimo e coccolato i cani.
E voi?
Ogni tanto mi manca scrivere di più. Ogni tanto mi mancate tutti voi.
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17 maggio 2016

Sono tante le cose che vorrei raccontarti e un giorno lo farò

Avrei dovuto studiare matematica - penso.

Se non fosse che, ancora oggi, non sono in grado di risolvere a mente i calcoli più banali e mi trovo a contare sulle dita. A volte di nascosto perché me ne vergogno. Altre più platealmente. L'autoironia è diventata la mia corazza più spessa. Mi ricordo di quella volta, avrò fatto la quarta superiore, alla lavagna durante l'ora di fisica. Le spalle alla classe e la sensazione costante di essere giudicata: per come mi muovevo, vestivo, pettinavo. La sensazione costante di disagio. Non potevo farmi vedere a contare sulle dita. Cercavo di muoverle lentamente, cercavo un appiglio per non dovermi rifugiare nella mia mente, per non scappare da quella situazione. Muovevo le dita con circospezione quasi a cercare di liberarmi da un nodo troppo stretto con gli occhi del mio aguzzino puntati addosso. Non riuscivo a fare un calcolo semplice. Non riuscivo a vivere, quella è la verità. Ma ancora non lo sapevo. Ancora ero bravissima a fare finta di nulla e a rifugiarmi nella letteratura.


Avrei dovuto studiare matematica.
Sono sempre stata brava a tenere tutto sotto controllo, fin da bambina.
Il numero di dolcetti da mangiare durante la giornata, ad esempio. Sapevo che se li contavo, se non superavo il numero che diligentemente mi ero imposta, sarebbe andato tutto bene. Andare tutto bene, allora, per me, significava non vomitare. Il vomito era mancanza di controllo e io il controllo non volevo perderlo e non potevo permettermi di perderlo. Chi mi dava la sicurezza che il mondo avrebbe continuato a esistere uguale, dopo? E così contavo i dolcetti. A ognuno di loro affidavo un valore: c'erano quelli che valevano un'intera unità e quelli che ne valevano solo metà. Facevo la somma, contavo, li mangiavo o me li negavo a seconda del totale che avevo raggiunto. Mai più di due. Potevo, nell'emergenza, sgarrare di mezza unità. Non mi concedevo altro. I compleanni erano un grosso problema e cercavo di arrivarci preparata dal giorno prima. Se nelle ore precedenti alla festa non avevo raggiunto il tetto massimo di unità, il giorno dopo ne avrei avute a disposizione un numero maggiore. Semplice compensazione. Allora non la chiamavo in questo modo ma la sicurezza dei numeri mi confortava e mi ci affidavo con tutta me stessa, con tutta la fede che una bambina di otto anni è in grado di mettere nei propri pensieri e nei proprio gesti. Il valore magico che si ha di se stessi durante l'infanzia è destinato a sparire dall'incontro con la realtà.
Ho continuato a costruire la mia esistenza con mattoni fatti di cioccolata e pasta per croissant fino alla fine delle scuole elementari, fino a quando il Primo Giorno Zero ha dato una svolta alla mia esistenza.

I Giorni Zero sono quando tutto nella tua vita si ferma e poi riparte. Come quando, in macchina, si imbocca una strada chiusa e si è costretti a ritornare indietro e a cambiare direzione. Come dei post-it che sporgono dalle pagine di un libro a segnare passi degni di nota e fondamentali. La differenza è che per me, I Giorni Zero non sono elementi importanti nella narrazione perché non hanno aggiunto nulla. Hanno solo tolto.

Agire per sottrazione è ciò che più amo ora. La pulizia, l'ordine, il minimalismo. Meno possiedo meno posso perdere. Meno possiedo più controllo posso avere. Sono equazioni molto semplici che mi aiutano a mantenere l'equilibrio quando mi sembra che tutto attorno a me stia crollando. A volte passo interi minuti a osservare le pareti bianche delle mie stanze e a seguirne i contorni e i confini convinta che, prima o poi, una crepa inizierà a prendere vita sotto i miei occhi e che tutto si ridurrà ad un accumulo di macerie. Cerco di immaginare cosa debba significare "ricominciare" di nuovo da capo, senza nulla, senza ricordi. Senza gli oggetti che testimonino la nostra presenza nel mondo e i nostri ricordi, noi esistiamo davvero? Se non avessi fotografie di me da bambina come potrei credere di essere esistita così come mi dicono? I ricordi amplificano il nostro mondo e non sanno essere testimoni oggettivi della realtà.
Quando ero piccola - ma a dire il vero mi succede anche adesso, soprattutto seduta all'aria aperta col sole in viso - perdevo coscienza di me stessa ingarbugliandomi nei miei pensieri sull'esistenza. Riuscivo a rendermi estranea a me stessa aprendo di continuo le scatole cinesi del mio cervello. Ce n'era sempre una più grande che ne conteneva una più piccola. Avanti così, in un gioco potenzialmente infinito. Giocavo a smantellarmi, a ridurmi in pezzettini sempre più piccoli di un enorme tutto, fino a perdere totalmente i confini e a non capire come uscirne. Tornavo, poi, alla realtà di colpo e per un po' sperimentavo una sensazione di vertigine talmente tanto appagante e coinvolgente che tentavo di ricreare a ogni occasione.

Sono stata una bambina felice, fino al Primo Giorno Zero ma, a modo mio, penso di esserlo stata anche dopo. Ero timida ma di una timidezza quasi tenera e affascinante che ancora mi porto appresso, come fosse il vestito migliore. Si tratta di quel genere di timidezza che si mescola con l'insicurezza e non è più possibile, poi, riconoscere quale delle due sia preponderante. Mi sono sempre sentita in difetto e ho la sensazione che sarà sempre così. Non è che non voglia liberarmene o che sia più facile vivere così, non affrontando le cause di questo, ma semplicemente fa parte di quel che sono e ho paura che quel che sono potrebbe cambiare irrimediabilmente. Vivo nel terrore di sgretolarmi da un momento all'altro, che la mente si sfilacci e mi sfugga fra le dita, che il cuore manchi un battito, che il sangue, durante la sistole, si blocchi nella carotide, come è successo il Terzo Giorno Zero. Non è paura di morire, è semplicemente paura di perdere il controllo.

Nel 1988 stavo annegando nella piscina della casa delle vacanze.
Mio nonno mi teneva sulle spalle e camminava nell'acqua che diventava sempre più fonda. Un piede in fallo, forse, la perdita dell'equilibrio e io che finisco sotto. Immagino sia stato per poco ma ho un ricordo molto nitido di quel momento e nella mia testa sembra essere durato ore: ci possiamo fidare dei ricordi, quindi? Guardavo il fondo, con il cloro a bruciarmi gli occhi, con la voglia di respirare e con l'istinto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, me lo impediva. Trattieni. Controlla. Senti i battiti del cuore nelle orecchie. Ordinati. Precisi. Violenti. Impara l'ordine. Impara la disciplina. Impara a resistere: al dolore, ai giudizi, alle parole, al tempo che passa, agli aghi nella pelle, alle brutte notizie, ai treni troppo freddi, ai treni troppo caldi, alla solitudine e alla troppa gente. E poi mio nonno mi ripesca. Letteralmente. Prendendomi per il costume, mi solleva come fossi un piccolo animale, e ricomincio a respirare. Non piango. Me ne sto in silenzio, qualche colpo di tosse, a osservare il mondo attorno diventare lentamente nitido. Guardo il cielo. C'è ancora.
Guardo la terra. Anche lei è lì.
Guardo i miei piedi, le mani, le dita: ci sono, ci sono e ci sono anche loro.
Sbatto gli occhi. Respiro. Una due tre volte. Tutto è ancora al proprio posto. L'ordine sembra essersi conservato. Posso camminare allo stesso modo, parlare come ho sempre fatto, esistere nel modo che conoscevo.

Nel 1988, per la prima volta, ho perso il controllo e ho capito di poter sopravvivere.


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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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