27 luglio 2016

Da quel giorno preciso

Da quel giorno preciso mi sono scontornata un po'.
Come se fossi colorata un po' a casaccio, dentro e fuori i margini senza rispettare l'ordine e la precisione.
Scontornata e smarginata. 
Da quel giorno, ne sono convinta. Come se la malattia di mio padre mi avesse tolto sicurezza e convinzione. Come se la malattia di mio padre avesse agito come una gomma a cancellare a casaccio, qui e là, sbiadendo alcuni punti di me. Piccole mancanze che non destabilizzano il quadro d'insieme ma che mi hanno azzoppata. Giusto un po'.
Mi sembra di non essermi più sentita veramente e genuinamente felice da quel giorno. Come se ogni pensiero e ogni momento fossero stati inquinati da quello. Magari non detto, sicuramente taciuto ma ben saldo nel terreno.
Eppure mi sono capitati meravigliosi cambiamenti di vita, situazioni piene e intense, riconoscimenti e amore. Tanto. Tutto l'amore che potessi pensare. Ma a me non sembra di viverli come dovrei o vorrei. Non con l'entusiasmo adatto, non con la presenza che meritano. Come se fossi lì e in un altro posto allo stesso tempo. Come se fossi sempre in un altro posto, da qualche parte dentro di me, quando accadono le cose. Eppure mi sembrava che un tempo io fossi davvero presente a me stessa, che fossi dov'ero con il corpo e la testa e invece, ora, è come se ci fosse questo sdoppiamento a volte prepotente a volte timido ma costante.
E mi sento così triste a volte. E non so dirlo.
E non so spiegarlo.

Al cuore Ramon!




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12 luglio 2016

Certe volte, se non capisco, non sto tanto bene

Qualche giorno fa ho avuto una piccola crisi di pianto.
Oggetto: la femminilità canonica. In termini estetici, in termini di scelta del guardaroba, in termini di ciò che è spesso proposto come correttamente femminile, come unica scelta femminile, come unica modalità di essere donna.
Non ho mai inquadrato i capi di vestiario come femminili o maschili, fin dall'infanzia. Ho sempre avuto piena libertà di scelta e già all'asilo preferivo vestirmi con i pantaloni che con la gonna e mi chiedevo perché i maschi non si mettessero abiti rosa, gonnelline o fiocchetti o perché non glieli facessero indossare. Non ho mai incasellato ho sempre pensato che l'abbigliamento dovesse essere una scelta personale dettata da gusti o, questo l'ho imparato solo più tardi, da un sentimento, da una spinta interna.
Mi son sempre, quindi, vestita nel modo più neutro possibile, per scelta e gusto, ovviamente. Per me jeans e t-shirt/maglioncino/felpa sono ancora oggi l'estetica che mi si confà di più, che meglio mi rappresenta, che meglio mi fa sentire bene e me stessa.
Non per questo, però, non amo vestitini, camicette e quel tipo di abbigliamento che viene canonicamente definito femminile.

Da qui la mia crisi. Perché quel tipo di abbigliamento è più femminile dei jeans? Perché i tacchi fanno donna e le scarpe basse o i sandali meno? Chi l'ha deciso? Perché mi devo sentire meno donna, agli occhi degli altri, per il fatto di non indossare certi abiti? E perché se lo faccio mi sembra che gli standard della società si alzino sempre di più e io non sarò mai abbastanza femminile come vogliono le riviste/la tv/la pubblicità/chiunque? --> okay, questo forse è un mio problema di percezione del mio corpo.
Eppure io credo di esserlo, femminile dico. Nel modo in cui parlo, mi pongo, mi muovo (se escludiamo un po' di goffaggine) e mi approccio alle persone. Non basta questo?
Perché la femminilità è decisa da qualcosa che nulla c'entra con essa?
Io non giudico un uomo virile/maschio/prestante a seconda di cosa indossa. Sono ben altri gli elementi che mi fanno dire se ha le palle o meno.

Forse sono solo domande inutili. Nel senso che forse sono io a non capire dove sta il punto. Forse, semplicemente, dovrei imparare ad adattarmi e a non sentirmi (quasi) sempre meno delle altre donne.

Non c'è nessun intento polemico, voglio chiarirlo. La mia è solo una riflessione perché, certe volte, se non capisco non sto tanto bene.


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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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