13 novembre 2016

Basta solo un po' di coraggio

Concentrarsi su ciò che si ha. 
Non dare importanza a ciò che manca.
Io non lo so cosa mi manca, in certi periodi. Forse solo me stessa. Forse solo un po' di coraggio. Eppure mi sembra di averne: nel sorridere sempre, nell'esserci sempre, nell'avere sempre un atto di gentilezza verso chiunque, nonostante le lacrime o la rabbia. 
Eppure mi sembra di averne: nel mettermi in discussione, nello scegliere, nel gestire i sensi di colpa.
Non dare importanza a ciò che manca.
Ma se io non lo so cosa mi manca?
Quel che sento, in certi momenti della mia vita, è solo una profonda tristezza, un dolore all'altezza della gola, gli occhi che si appannano, le spalle che si muovono come a dire non importa.
Saranno gli ormoni - penso.
Sarò solo triste - mi dico.
Provo a trovare un senso alle paure. Paura di sbagliare, paura di deludere, paura di perdere ciò che ho, chi ho intorno.
Soffro per questo?
Provo a controllare l'ansia. 
Provo a pensare a ciò che ho, a tutto ciò che ho guadagnato in quest'ultimo anno. Faccio la conta delle cose belle.
Eppure continuo a sentirmi triste. Continua a venirmi da piangere. Continuo a pensare al vuoto lasciato dalla malattia di mio padre, al vuoto lasciato nella nuova vita di mia madre, al vuoto lasciato dagli amici di un tempo quelli che mi hanno costruita, quelli che appartengono a un'altra vita e che tengo per mano anche in questa, senza riuscire a farli entrare del tutto. Ché la distanza ci mette il suo. Continuo a pensare al cambiamento, alla fragilità del presente e alla nebulosità del futuro.
Mi sento così profondamente triste da non sapere nemmeno da dove è cominciata.
Vi ricordate com'era tutto manicheo a 19 anni?
Vi ricordate quanto poco ci voleva per salvarsi?

I problemi sono altri, lo so.
Ma ogni tanto mi prendo il privilegio di piangere per me stessa come se avessi ancora 5 anni.



Share:

1 novembre 2016

La mia infanzia, Stephen King e Stranger Things

La prima volta che ho letto un libro di Stephen King avevo dieci anni.

Ero a casa con la febbre. Era un gennaio di ventitré anni fa e Netflix, ancora, non l'avevano inventato. Ricordo di essermi arrampicata sulla libreria e di aver iniziato a passare in rassegna i titoli, facendomi guidare più dalla copertina e dalla mia voglia di sentirmi grande e coraggiosa, che da un reale interesse. Mio babbo era ancora mio babbo allora e io ancora la figlia. Il contrario sarebbe avvenuto solo in anni più recenti. Ma si tratta di un'altra storia e ciò che conta è che, in quel giorni di gennaio di tanti anni fa, mio babbo che allora era ancora mio babbo mi ha tolto dalla mano La lunga marcia – che ho letto qualche mese più tardi – e mi ha messo in grembo It.
E tutti insieme, mio babbo, Stephen King, It e i perdenti, mi hanno cambiato la vita.

Leggere It, per me, all'epoca significava sfidare una delle mie più grandi paure: l'immagine che di It stesso avevo, dalla miniserie uscita qualche anno prima. Un Tim Curry indimenticabile e in grado di popolare i miei incubi per tutta l'infanzia.
Sono sempre stata una bambina abbastanza schiva, timorosa delle novità ma attratta dall'avventura. Sono cresciuta con I Goonies, ET e Stand By Me e ciò che non facevo nella realtà lo realizzavo nella mia mente. Mi sono sempre sentita parte di un gruppo a parte. Il gruppo dei perdenti, dei goonies appunto di quelli che salvano un extraterrestre per salvare la fantasia, di quelli che cercano un corpo per trovare loro stessi e diventare adulti.
It non poteva che essere il mio libro.

Mi sono trasferita da qualche mese in una casa nuova e la copia di It che ho letto in quel giorni di gennaio del 1993 è qui con me. Ho creduto di non prendere altri titoli dalla collezione di mio babbo. So che sono la sua eredità ma non voglio affrettare i tempi. Lo diventeranno quando smetterà completamente di essere mio babbo e non adesso quando i ruoli si sono solo invertiti.
È una storia complicata questa, lo so, e non si capisce se io voglia parlare di me, della nostalgia, di libri o del trattare un romanzo come fosse un figlio. Ma come si fa a parlare dell'infanzia, della magia di cui conserviamo memoria ma che da adulti non sappiamo spiegare? Né sappiamo se sia esistita davvero. Come si può raccontare il potere di una storia che non è solo la storia in sé ma il mondo che crea, i mondi che muove e fa comunicare e quella sensazione di essere infinito, di aver vissuto mille vite, di guardare il mondo dall'alto, di vedere tutto, sentire tutto e voler solo essere attraversati dall'immensità?

Leggo It una volta l'anno.
Mi aiuta a fare pace con me stessa. Perché It serve per chiudere i conti col passato, per diventare grandi senza dimenticare cosa si è stati, per continuare a sorprendersi del male e per non smettere mai di arrendersi. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti.
Leggo It una volta l'anno perché Stephen King è un narratore eccezionale e fabbrica le sue storie in un modo per niente scontato, con una struttura solida, un susseguirsi implacabile di parole che conducono là dove la verità del mondo si sente. E mica capisci come ci sei arrivato a quella purezza. Come qualcuno abbia potuto dirla così bene, esattamente come tu la percepisci.
Leggo It una volta l'anno per sentirmi coraggiosa.
Leggo It una volta l'anno per come mi fa sentire ogni volta. Ogni volta insicura. Ogni volta sola. Ogni volta travolta. Ogni volta parte di un tutto senza forma costituito da amicizia, fede, valore, purezza, speranza e da tutti i sentimenti a cui non so dare forma e che restano lì aggrovigliati a metà strada tra la pancia e la gola.
Leggo It ogni anno perché, paradossalmente, è il mio mondo bello. E per avere mio babbo più vicino.

Poi succede che una domenica di metà luglio, a trent'anni dall'uscita di It, decido di rileggerlo. Ma tentenno. Siamo nel 2016 e a differenza del 1993 Netflix ce l'abbiamo.
Decido di iniziare questa nuova serie il cui font del titolo mi ricorda in modo impressionante quello utilizzato dalla Sperling&Kupfer per i titoli delle edizioni dei libri di King degli anni '90. Quelle edizioni che ho sempre avuto fra le mani.
Si intitola Stranger Things questa serie ed è ideata dai fratelli Duffer.
Otto puntate. Otto ore che, letteralmente, mi mangio e digerisco insieme a tutti i pop corn, in tre giorni. La creazione dei fratelli Duffer è preziosa e di nicchia. Strizza l'occhio a ET, a Incontri ravvicinati del terzo tipo, a i Goonies e a tutto il cinema anni '80 di Spielberghiana memoria. E poi abbraccia Stephen King. Fino ad inglobarselo. Fino a essere una serie di Stephen King ma non di Stephen King.

Stranger Things è It e Stand by me e L'Incendiaria e Carrie e Pet Semetary e Tommyknockers. È la ricerca di un amico, i binari del treno seguiti fino alla speranza, è le biciclette più veloci del vento, i poteri della mente, i genitori aguzzini, il male sotto varie forme, ma soprattutto è l'infanzia, l'amicizia, l'unione più forte di qualsiasi paura.
I perdenti di Stranger Things ricordano molto quelli di It, per composizione e caratteristiche. Per l'amore incondizionato che li lega e per la forza con la quale credono al magico, all'orrore e alla possibilità che il mondo non sia incasellato e razionale ma che sia sottosopra. Racconta il momento in cui si scopre che il male degli uomini va oltre gli uomini e può assumere fattezze inaspettate e uscire direttamente da sotto i letti e dagli armadi di ognuno di noi e ogni tanto far sparire qualcuno, strappare un braccio a un altro o far scoppiare una bomba, così all'improvviso.

I fratelli Duffer riescono in ciò che credevo fosse solo appannaggio di King: sbatterci in faccia i bambini che siamo stati. Puzzolenti, sporchi, fedeli, pieni zeppi di futuro e di vita. Coraggiosi e valorosi, non ancora inquinati ma più adulti degli adulti. E amici. Amici davvero, senza riserva e sovrastrutture. Amici perché nella vita non c'è altro e non deve esserci altro se non questo sentimento di purezza e lealtà e giustezza e famiglia. 

«Andate a farvi fottere», dissi, e tirai su il culo, mostrandogli il medio da sopra la spalla mentre mi allontanavo. Non ho mai più avuto amici, in seguito, come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, e voi? 

Ecco di cosa sto parlando. Per quanto mi riguarda, la serie è tutta qui, in queste parole, tratte da Stand by me: un gruppo di ragazzini contro il mondo e il male che è capace di liberare.

Stranger Things è la storia di alcuni ragazzini che cercano di salvare il presente.

È lo specchio di ciò che siamo e che ci siamo dimenticati di essere.

Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.  (It)


Share:
Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001 concernente i Disclaimer.

Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet, pertanto considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email.
Tutti i testi e le immagini riportanti la firma dell’autrice sono di proprietà della stessa, pertanto non utilizzabili su altri siti web, blog e affini. Se interessati alla riproduzione di qualsivoglia materiale si contatti l’autrice per stabilire consenso e clausole.