13 giugno 2018

Pensieri in cinque minuti

La disabitudine allo scrivere,
L'abitudine al pensiero solitario. Alla parola detta perché manipolabile, intercambiabile, modificabile. Ché quando lo scrivi è lì e non ci scappi. Non puoi fingere di non essere stato tu a digitare, provare, inghiottire quei sentimenti. Che senti e non vuoi sentire. Che senti e vuoi sentire perché fa parte del gioco. Che sarebbe troppo facile prendersi i diritti senza i doveri.

Mi manca mio padre, a volte, che non è più, e non me lo ricordo quando era. Ma lo sento da qualche parte, laggiù nell'angolo più fondo della mia pancia.

Mi manca l'ultimo giorno di scuola con le potenzialità, il futuro e l'infinito che si portava con sé.
Mi manca, anche, l'ultimo esame della sessione estiva a celebrare un futuro sempre più vicino ma così lontano - e chi lo sapeva - dalle proprie aspettative.

Mi mancano i primi anni della relazione con Lui. Dove la progettualità è ancora utopica e ricca di colori e di un futuro che non ci si può che immaginare bellissimo e dove basta solo lo stare assieme e il guardarsi.
Mi manca il tempo da passare assieme che è sempre troppo poco e che a me fa soffrire e a lui non poi così tanto.

Mi mancano i viaggi in macchina con mia mamma, quando avevo dieci anni, e cantavamo con tutto l'amore che avevamo in corpo e ci sembrava tutto bellissimo e puro e trasparente.

Mi mancano (molto) gli amici tra i venti e i trent'anni. Ciò che eravamo, come stavamo, come ci sentivamo a specchiarci l'uno nell'altro.

Mi manca una famiglia, in un certo senso mi mancano le radici.

Mi mancano le illusioni.


Fra meno di un mese andrò a Parigi con mia mamma e mio fratello.
Poi due giorni a Londra da sola.
E poi, se ci decidiamo a prenotare, 4/5 giorni via con lui.
Ché se non ci ritagliamo del tempo insieme che senso ha, allora, l'amore?


Time is money and money is time
We wasted every second dime
On diets, lawyers, shrinks and apps
And flags, and plastic surgery
Now Willy Wonka, Major Tom
Ali and Leia have moved on
Signal the final curtain call
In all this atomic pageantry



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30 aprile 2018

Di piani perfetti

Mangio fragole un po' acquose seduta al tavolo della cucina.

Oggi sono stata al parco a leggere. Ho evitato la spiaggia perché in questi giorni di sole non è sicuramente il luogo calmo e silenzioso che piace a me. Avrei voluto leggere di più ma ho alternato le pagine al guardare gli alberi mossi dal vento. Mi piace il vento perché è duplice: inquieto ma spazzino dell'inquietudine. Non so se mi spiego. Ho perso un po' l'abitudine a spiegarmi e dispiegarmi in forma scritta. Ma è così strana questa vita, questo accadere, questo esistere che a volte non sono come fare a descriverlo con delle lettere che diventano parole che diventano frasi. Sono piena zeppa di incipit, trabocco di punti di partenza e poi mi areno e non so dire. E non so dirmi.
Mille potenziali vite che poi non si dispiegano.

Continui aborti attuati sul pensiero e la fantasia.
Abbozzi di possibilità e divenire che si lasciano lì perché così è più facile. O forse perché così è, e basta.

La scorsa settimana la terapista mi ha detto di smetterla di giudicarmi di continuo, per qualsiasi pensiero, atto, evento, idea. Non mi ero mai accorta di farlo. Ho sempre pensato fosse un modo di dare il giusto peso alle cose, di rimettermi al posto che mi appartiene senza apparire superba o arrogante o pretenziosa. Minimizzare come scuola di pensiero. Come gesto primario. Come prima modalità dell'agire. Ma chi l'avrebbe mai detto che minimizzare fosse tradirmi e giudicarmi? Non meritevole di attenzione, non meritevole di provare dolore o ingiustizia o di sentirmi ferita, tradita, poco rispettata. Ho sempre creduto che far prevalere quei sentimenti avrebbe fatto di me una lagna e io quelli che si piangono addosso li mal sopporto.
Ci provo - mi sono detta - a fare attenzione a questo mio modo di comportarmi. Chissà. Sulla carta dovrebbe portare a qualcosa di buono. E anche un minimo, minuscolo, cambiamento sarebbe un enorme cambiamento.
Alla fine, così non si poteva più andare avanti.
Dovrei imparare ad accettarmi come sono. 
Chiedo poco, lo so.

Per non parlare della paura del fallimento e dell'incapacità di gestirlo.
Ma non parliamone, appunto che tanto a cosa serve farlo? Che poi mi prende l'ansia e non mi godo più la mia bella serata di Dawson's Creek.
Ebbene.
Sì. Lo confesso. Ho ricominciato a guardare la brava gente di Capeside dall'inizio. Dalla puntata numero uno della stagione numero uno. E ora ho quasi finito la terza, di stagione. Joey e Pacey si sono baciati. Non so perché lo sto facendo. Ma bisogna proprio dare una risposta alle cose che fanno stare bene?

Per cui ecco qual è il mio programma per le prossime ore:

stendo il bucato
leggo e mi mangio qualche patatina, mi sa (ho voglia di junk food)
mi preparo la cena
la mangio sul divano guardando Dawson's Creek
guardo Dawson's Creek mentre aspetto Lui che è a fare un pomeriggio/sera di lavoro al vecchio lavoro, ché erano disperati per i troppi turisti del ponte

Non è un piano perfetto?


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22 aprile 2018

Voi lo sapete?

Vorrei non sentire sempre la mia voce in testa. Vorrei non avere, costante, questo commento, questa litania che mi accompagna incessantemente e non mi lascia mai libera e che mi impedisce di godermi un film, una conversazione o una canzone. I libri no, loro sopravvivono. Sono sempre più forti.
Vorrei zittirmi ma non so come fare.
Magari lo chiedo alla terapeuta, domani. Magari oltre a farmi spiegare come impedire di morire d'ansia proverò a capire come sia possibile smettere di ascoltarsi, almeno per un po'. Giusto il tempo di far respirare la mente.

Voi lo sapete come si respira? Magari provate a spiegarmelo. Io, vi giuro, ci provo a capirlo.
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19 marzo 2018

Dall'ultima volta

Dall'ultima volta è successo che:

- è passato gennaio
- è passato il mio compleanno
- ho festeggiato il mio compleanno - e non lo facevo da un sacco di anni
- ho mangiato sushi un po' di volte ma anche tante altre cose buone
- ho visto amici
- ho recuperato amiche
- ho acquisito nuove amiche
- sono andata a Parigi per lavoro
- sono tornata da Parigi
- ho fatto i capelli rosa e lavanda
- sto cercando di imparare a truccarmi le sopracciglia
- ho guidato sul ghiaccio
- ho avuto paura di guidare sul ghiaccio e sulla neve
- ho guardato alcune serie tv
- ho comprato un sacco di libri
- ho letto pochissimi libri
- ho mangiato troppa cioccolata
- ho tenuto a bada l'ansia
- sono andata dai miei per un fine settimana
- ho scritto una lettera a mano
- ho ricevuto una lettera a mano
- ho continuato a correre la mattina notando qualche piccolo miglioramento
- mi si è rotto il pulsante di chiusura della Smart per cui per chiudere la macchina dovevo fare le contorsioni dal baule (chi ha una Smart capirà)
- ho aggiustato il telecomando della Smart, per fortuna
- ho fatto la revisione alla Smart
- devo rinnovare l'assicurazione della Smart
- maledetta Smart (!)
- ho fatto un sacco di sogni

“Bella città Parigi, eh? Cetto, non è Ascoli, non è Antria, non è Foccia, però bella cittadina, devo di' bella, nel suo piccolo bella...” 


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31 gennaio 2018

Flusso di (in)coscienza #10

La consapevolezza di soffrire d'ansia, non come quando ci scherzavo e basta, mi è arrivata una mattina di un mese fa quando pensavo a quanto dicembre fosse stranamente tiepido. Avevo De André nelle orecchie - e direte voi che di certo non andavo ad aiutarmi - la spiaggia davanti a me e un senso di tragedia imminente sulla pelle.
La sicurezza di soffrire d'ansia, invece, l'ho avuta un paio di settimane fa quando, tornata dal lavoro, mi sono seduta sul pavimento della camera con l'intenzione di ascoltare un paio di brani attaccata al termosifone, per scaldarmi, e mi sono ritrovata a piangere tra le braccia di Lui - che qualcosa aveva capito - dicendogli di non trovare senso alcuno all'esistere e all'agire. Stavo rileggendomi Pavese, d'accordo, ma un filino tragica lo sono stata.
La volontà di potere battere l'ansia l'ho avuta lunedì quando ho deciso di ricominciare a correre, dopo dieci anni. 

Oggi è il compleanno di mio babbo.
A novembre è morto mio nonno. Senza clamore. E senza dolore (nostro). 
Lui, dopo essersi licenziato a ottobre, ha trovato un lavoro che gli si confà. Oggi è il suo terzo giorno.

Io compio gli anni fra una settimana e vago, senza decidermi, (ovunque, sotto ogni aspetto) ma soprattutto su Amazon. Combattuta tra il farmi un regalo - libri - e il ripetermi che posso risparmiare, che sono solo oggetti, belli, ma ennesimi. E a me accumulare non piace. Tranne i libri.

La scorsa settimana abbiamo visto il film su De André.

A Marzo andrò a Parigi per lavoro.

E poi non lo so. Vorrei fare un sacco di cose, vedere un sacco di gente, e qualcosa sto cominciano a fare, a spingermi a fare, ma poi la copertina di Linus del non affrontare il mondo là fuori è sempre più suadente. C'è casa mia. Ci sono i libri.
Non sto facendo un ritratto lusinghiero di me stessa. Alla fine sono una tipa simpatica e mi piace stare con le persone e mi ci diverto anche ma a piccole dosi. Ed è sempre più pesante il pensare di uscire che l'uscire. Ché una volta uscita sono contenta di averlo fatto.
Sarà aver cambiato casa da due anni, sarà la difficoltà di fare amicizia in una certa fase della vita. Sarà aver lasciato le radici e doversene creare di nuove ma non essere proprio brava a farlo. Sarà la paura - a vari gradi - che mi caratterizza e non mi fa agire come e quanto vorrei. Saranno le scuse. Saranno tante cose: gli ormoni, l'instabilità dei sentimenti, il cielo ignaro, il mare grigio, le scarpe che si slacciano, le mani fredde, la mancanza d'iniziativa, l'acqua troppo frizzante, la polvere che come la togli ritorna, e un sacco di altre cose che creano la somma del mio disagio e della mia felicità.

Sono alla perenne ricerca. Ma non sono insoddisfatta. Cerco. Cerco: opinioni, motivazioni, spinte, sensi, parole, occhi, profili, connessioni, e ancora parole da dire, parole da scrivere, parole per non essere fraintesa, sicurezza, lucidità, presenza, costanza, consapevolezza, l'amaro in bocca, il sapore della frutta matura, le lacrime per il freddo, il sentire e il saperlo gestire e non l'esserne travolta. Come da sempre. Come ogni volta.

E poi vorrei capire. Capire le persone, i cieli, il vento, le mani, i gesti, le parole certo, sempre, gli intenti, i non detti, il telefono quando la linea è disturbata, gli annunci dei treni, i gradi a cui cuocere la pizza, mio babbo, mia mamma...

... ma alla fine mi sembra di non capirci mai nulla.



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Parlo poco. Scrivo molto. Leggo ovunque.
Faccio cose e non vedo gente.
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